Le riforme costituzionali non sono materia da tuttologi

Riforme
L'aula del Senato durante l'esame del ddl Rai, Roma, 30 luglio 2015. ANSA/ETTORE FERRARI

Vorrei che intellettuali di una certa statura non venissero chiamati in causa come opinionisti appena usciti dalla casa del Grande Fratello

Mi intriga il bosone di Higgs e cento altre cose così, ma non mi sognerei di parlare, per così dire, ex professo di nulla che non sia il mio mestiere di costituzionalista. Non appena un intellettuale fuoriesce dai campi che domina, la sua autorevolezza non si distingue da quelle di un qualunque altro cittadino mediamente dotato. Devono pensarla diversamente tre teorici della politica che stimo nei loro rispettivi studi ma il cui contributo al dibattito pubblico spesso mi sfugge. Dallo scalmanato Maurizio Viroli (“Il Fatto Quotidiano”), vero e proprio costituzionalista “allo sbaraglio”, alla più prudente Nadia Urbinati (“la Repubblica”), sempre pronta a mettere gli stivali a Renzi con analisi procedurali e dei metodi di governo fino, buon ultimo, a Pasquale Pasquino, che con un recente intervento su queste colonne ci spiega il ruolo delle seconde camere e l’essenza della funzione di garanzia definendo arditamente la Corte costituzionale come un organo “non elettivo nominato per due terzi da organi non eletti dai cittadini”. Studiosi rinomati a livello internazionale che intervengono, il primo con insopportabili mistificazioni, parlando di cose di cui sanno poco o nulla. Sarò antico, ma mi aspetterei che intellettuali di questa statura vengano chiamati in causa come detentori di expertise e non come opinionisti-tuttologi, come fosse usciti ieri l’altro dalla casa del Grande Fratello. Qualcuno potrà stupirsi, ma un’autorità riconosciuta nell’ambito della storia costituzionale o della democrazia o del pensiero di Montesquieu o della distinzione tra governi liberi (e non), o della distinzione concettuale tra potere costituente e potere di revisione, non ha alcun particolare titolo a parlare di temi che sono di diritto costituzionale e di scienza della politica.

Ovviamente temi che interessano anche tutti i cittadini ma, appunto, da cittadini. Un teorico della politica può avere molto da dire sulla revisione costituzionale, su come disciplinare il finanziamento dei partiti o riqualificare la classe politica, purchè sappia darsi un limite che, spesso, in casi consimili, è fatto di suggestioni, più che di suggerimenti e proposte operative o critiche, che presuppongono l’esatta comprensione giuridica dei termini della questione. Magari potrà produrre riflessioni piuttosto puntuali, per così dire, di secondo grado, ma vi assicuro che – benchè convintissimo di saperlo fare – non saprebbe riconoscere nella massima parte dei casi il prodursi di un problema giuridico serio. Così, la revisione costituzionale e la sovranità popolare di cui parla Viroli non sono quelle della nostra Costituzione, nonostante i suoi buoni propositi. Esiste uno spazio tra una disfunzionalità che magari può diventare perfino un problema di costituzionalità e, dall’altro, la servitù incipiente, il piano inclinato autoritario, l’uomo solo al comando o semplicemente la rivitalizzazione della democrazia, il rilancio del regionalismo, la centralità della persona umana o il ruolo delle formazioni sociali. Il teorico della politica tende a correre alle conclusioni, ad anticipare tendenze e prospettive perché in lui agiscono in maniera pressante e vivida gli esempi della storia. Ma prima ancora di difettare di sfumature e di gradualismo, difetta della capacità di comprendere ciò che ha di fronte per quello che è, e in tal modo può non rendere un buon servizio al dibattito pubblico.

Certo che siamo tutti intellettuali immersi nel nostro tempo e che il nostro sapere ha un impatto immediato ma i tempi e i modi di incisione, come la cassetta degli attrezzi dei teorici, sono per loro diversi rispetto a quella di loro colleghi scienziati sociali che trattano il diritto “positivo”. Concludo. Allora delle due l’una. O prevale la passione civile (diciamo così) del privato cittadino sull’intellettuale pubblico, pur esercitandosi sotto le mentite spoglie dell’expertise; e allora non si può fare credibilmente l’intellettuale pubblico, cioè esercitare in pubblico la propria ragione specifica, e ribadisco specifica, ovvero fondata su un sapere specializzato, perché tale sapere non si possiede in quel caso specifico. E con un po’ di onestà intellettuale lo si potrebbe dire, e si vedrà se esista ancora un interesse dei media per le opinioni di un quivis de populo, però famoso, su quel dato problema. Oppure si commette l’errore di possedere un sapere operativo piuttosto che – semplifico – speculativo. Già nel 1968 Sartori affermava con chiarezza che non ha senso affermare che esiste una scienza sociale il cui oggetto centrale è la politica, ma esiste una divisione del lavoro. E Norberto Bobbio, nume tutelare di due degli intellettuali citati, ci ha insegnato e lui stesso ha testimoniato (pur essendo un fior di filosofo del diritto con una sensibilità prettamente analitica) che discipline teoriche (come le dottrine politiche, la teoria politica o il pensiero politico), storiche (come la storia costituzionale), filosofiche (come la filosofia politica) non sono depositarie di un sapere immediatamente operativo per questioni, come la valutazione di singoli istituti del processo riformatore in corso, per le quali occorre una preliminare e corretta ricostruzione del dato giuridico vigente per orientarsi de jure condendo. Questo lavoro spetta ai giuristi, ai cultori del diritto pubblico e costituzionale e, in qualche misura, ai politologi. Sono costoro gli “ingegneri” che dettano precisi vincoli tecnici e di sistema nell’ambito dei quali la politica effettua le proprie scelte. Nel campo dell’innovazione costituzionale la consulenza degli altri scienziati sociali non può che essere di tipo, diciamo, strategico, se non orientata all’indicazione di senso, e in ogni caso non può ambire a valutazioni che presuppongono la previa ricostruzione, secondo correttezza e scientificità, del dato normativo nella loro complessità sistematica e nelle loro possibili interazioni. Essere intellettuali e farlo in modo “impegnato” vuol dire bene incidere già nell’oggi ma nel rispetto delle proprie possibilità e dei propri statuti metodologici. Sapendo tirarsi fuori al momento giusto quando non è materia propria.

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