Le ragioni del Sì, sei mesi dopo

Referendum
scheda-referendum

Al di là della coerenza o incoerenza dei professori, sarà comunque il popolo sovrano a dire l’ultima parola

Qualche mese fa, ad aprile, quando il dibattito sulla riforma costituzionale e il referendum era appena iniziato, abbiamo scritto un pezzo deliberatamente provocatorio sui “56 super-costituzionalisti del No” che ha suscitato un po’ di clamore. Si sono scomodati perfino Damilano e Travaglio per discuterne, ma non volendo entrare troppo nel merito, ce le hanno cantate e suonate perché avevamo osato calcolare l’età media dei firmatari.

Cosicché nella vulgata dei loro lettori è passata l’idea che avessimo detto dei super-professori che sono rimbambiti. In verità, al contrario di D’Alema, che ha effettivamente usato un argomento del genere con riguardo all’intera popolazione nazionale, avevamo solo sottolineato il “criterio di autoselezione” scelto dai 56. E cioè che avessero probabilmente pensato di dare un particolare peso alla loro posizione politica sul referendum proprio mettendosi insieme tra ultrasettantenni, tutti con una lunga esperienza accademica e alti incarichi istituzionali alle spalle.

Il comitato per il Sì, per dire, ha usato altri criteri e a un documento sullo stesso argomento hanno aderito alcune centinaia di studiosi di tutte le generazioni. Il vero cuore del nostro articolo però era un altro: mostrava come i loro argomenti fossero palesemente contraddittori, giustificando la nostra impressione che a tenerli insieme fosse l’avversione, la diffidenza o il risentimento, variamente motivati, nei confronti del Presidente del consiglio. Sei mesi non sono passati invano.

Le contraddizioni dei 56 segnalate nel nostro articolo, sintomatiche delle contraddizioni di tutto il fronte del No, sono diventate ancora più evidenti. Primo. Dicevamo che alcuni di loro, tra cui in particolare il Prof. Zagrebelsky, avevano dovuto mettere da parte «la bomba-bufala della “svolta autoritaria” per imbracciare lo spadino-di-cartoncino del diavolo che si annida nei dettagli». Il prof. Zagrebelsky, e con lui molti altri, hanno dovuto riconoscere che in effetti, sì, il testo della riforma non contiene norme eversive.

Tuttavia, continuano a ripetere, il sistema elettorale (che non è oggetto del referendum) ha contenuti assolutamente diabolici. Si è poi però scoperto che lo stesso prof. Zagrebelsky in un’intervista a Repubblica del 27 agosto 2013 aveva addirittura sfidato i partiti a costruire: «un sistema proporzionale con premio di maggioranza dato a chi prevale con una percentuale di voti oppure, in mancanza, assegnato con un ballottaggio». In sostanza diceva: temo che soluzioni equilibrate come questa non verranno prese in considerazione perché i partiti sono troppo attenti ai loro interessi immediati. Solo 18 mesi dopo ha cominciato a dire, di una soluzione pressoché identica, che sarebbe l’anticamera del fascismo. Le sue categorie di riferimento sembrano un po’ labili. Ci sbagliamo?

Secondo. Dicevamo che i 56 domandavano l’impossibile: un Senato con maggiori poteri, ma allo stesso tempo un processo legislativo più semplice. Dopo sei mesi molti hanno preso familiarità (o dicono di averlo fatto) con l’articolo 70, sanno che la versione proposta dalla riforma identifica meticolosamente un preciso numero di «leggi tipiche» per le quali il procedimento legislativo rimane perfettamente bicamerale, rendendolo quindi nel 95% dei casi a chiara prevalenza della Camera, e azzerando i rischi di conflitti tra i due rami del parlamento.

Ancora stiamo aspettando invece che uno qualunque dei 56 ci mostri con quale miracolo si possa, al tempo stesso: a) dare maggiori poteri al senato; b) snellire l’articolo 70; c) limitare i conflitti di attribuzione tra camera e senato. Speriamo che prima o poi qualcuno risponderà .

Terzo. Dicevamo che la controproposta contenuta nel documento dei 56 riguardo alla composizione del Senato è presentata in maniera oscura ed è comunque contraddittoria con la gran parte delle posizioni tenute dal variegato fronte del No. La controproposta dei 56 è una trascrizione della «opinione dissenziente» espressa a titolo individuale dal Prof. Onida nella commissione dei saggi di Letta.

Onida nel 2013 diceva questo: «Dovrebbero far parte del Senato, di diritto, i presidenti delle Regioni e i presidenti dei consigli regionali, e inoltre un numero, proporzionato alla popolazione di ogni Regione, di componenti eletti dal consiglio regionale, meglio se fra i propri componenti. Infatti l’elezione diretta, anche se in concomitanza con quella dei consigli regionali, rischierebbe di fare dei senatori più i rappresentanti delle forze politiche di appartenenza, con la relativa dialettica, che i rappresentanti della Regione come istituzione».

Siccome la Boschi-Renzi ha fatto al 90% quello che chiedeva il Prof. Onida nel 2013, la critica diventa che, però, nella Boschi-Renzi, le delegazioni regionali non votano in blocco, in modo unitario, come nel Bundesrat tedesco. C’è da chiedersi quanti tra i 56 si riconoscono in questa posizione. Alcuni vanno sostenendo che sarebbe stato meglio abolire del tutto il Senato, altri che l’elezione diretta dei senatori è un dogma costituzionale, e che quindi la stessa proposta del Prof. Onida, ripresa nel documento dei 56, è incostituzionale. Difficile orientarsi.

Quarto. Dicevamo che la proposta dei 56 di spacchettare il quesito non stava in piedi, perché in contrasto con l’articolo 138 della Costituzione e con il buon senso. Per ora il Tar del Lazio ha ricordato che la legittimità del quesito (unico) è stata certificata sia dalla Corte di Cassazione che dalla Presidenza della Repubblica. E qualcuno ha ricordato che anche i sostenitori del No hanno raccolto alcune centinaia di migliaia di firme sullo stesso (unico) quesito. Dunque prima il quesito andava bene, oggi non va più bene.

Di fronte a questa confusione, è difficile credere che nel caso in cui vinca il No, la variegata corazzata Grillo-Brunetta-Salvini-D’Alema si metta a tavolino, prenda un tè, e scriva insieme un testo di riforma molto più bello e funzionale di quello di Renzi. Ciò detto, al di là della coerenza o incoerenza dei professori, sarà comunque il popolo sovrano a dire l’ultima parola. E va bene così.

Scrivi la tua opinione su Unità.tv

Vedi anche

Altri articoli