Le radici della riforma stanno a sinistra

Riforme
Achille Occhetto nella sala stampa di Botteghe Oscure con Nilde Jotti,Antonio Tato',Alfredo Reichlin e Giorgio Napolitano in una foto d'archivio

La maggioranza del gruppo dirigente comunista negli anni Ottanta e Novanta, a cavallo della trasformazione del Pci in Pds, era favorevole a un sistema monocamerale

Negli ultimi giorni si è molto discusso delle posizioni tenute sulle riforme istituzionali da figure eminenti del Pci. Nessuno può dire come avrebbe giudicato la riforma Renzi-Boschi chi non c’è più. Ma è invece facile ricostruire la posizione prevalente all’interno del gruppo dirigente comunista negli anni Ottanta e Novanta, a cavallo della trasformazione del Pci in Pds.

Fino alla metà degli anni Ottanta era stata senza dubbio favorevole ad un sistema monocamerale, soprattutto grazie all’iniziativa di Pietro Ingrao e del suo Centro per la Riforma dello Stato. In quella fase i dirigenti comunisti erano con uguale fermezza favorevoli al mantenimento di un sistema elettorale proporzionale, anche a causa del timore che, in assenza di una effettiva possibilità di candidarsi a governare, il sistema maggioritario avrebbe finito solo per avvantaggiare la Dc escludendoli anche dalle pratiche di compensazione consociativa. L’abolizione del “doppione inutile”, in ogni caso, non veniva considerata una diminutio del Parlamento ma anzi un modo per esaltare la sua centralità. La posizione del gruppo dirigente (post) comunista cominciò peraltro a cambiare nella seconda metà degli anni ottanta. E il principale crogiolo di questo cambiamento furono proprio il CRS e la sua rivista “Democrazia e Diritto”, soprattutto grazie a l l’impulso delle idee innestate in quell’ambiente da Gianfranco Pasquino e recepite in modo originale da Augusto Barbera. Tanto che, per dirne una, il vicedirettore del CRS, Pietro Barrera, fu tra i più attivi promotori del referendum per il passaggio al sistema elettorale maggioritario.

Come ci ha ricordato ieri in con un Tweet Massimo Mantellini, nel 1994 questo cambiamento era diventato tanto netto e pervasivo da campeggiare nel programma della coalizione progressista guidata da Achille Occhetto: “Proponiamo una legge elettorale che preveda il doppio turno e la scelta esplicita della maggioranza parlamentare e del Presidente del Consiglio, per realizzare gli stessi obiettivi conseguiti con la recente legge sulla elezione diretta del sindaco. Un rafforzamento tanto dell’esecutivo quanto del parlamento […] con: il governo di legislatura; la riduzione dei ministri e dei parlamentari; il potere di nomina e revoca dei ministri da parte del presidente del Consiglio; il superamento del bicameralismo paritario attribuendo ad una Camera le funzioni proprie di un’assemblea nazionale e all’altra quella di una Camera delle Regioni”; maggioranze qualificate per l’elezione di organi costituzionali di garanzia.

Il documento non era uscito dalla sola penna di Occhetto, nel suo doppio ruolo di segretario e candidato premier, ma da un gruppo di lavoro coordinato da Alfredo Reichlin. Che questa posizione non fosse frutto di una trovata estemporanea dell’uomo della svolta, è ulteriormente confermato dal fatto che idee simili sono state poi sostenute anche dai leader ex comunisti della generazione immediatamente successiva. Sia da Walter Veltroni, che ha continuato a sostenerle con coerenza da allora ad oggi, sia da Massimo D’Alema, che così sintetizzò il lavoro della Commissione bicamerale istituita nella XIII legislatura e da lui presieduta: “Quanto al sistema elettorale, le leggi che favoriscono il formarsi di maggioranze omogenee sono leggi a doppio turno. […] È del tutto evidente […] che possono esservi diverse forme di doppio turno e mi pare che l’attenzione vada, da una parte, verso la forma più sperimentata di doppio turno uninominale nel collegio e, dall’altra, verso un doppio turno che nel ballottaggio ponga a l l’attenzione di tutti i cittadini italiani i due candidati premier e le due coalizioni che li sostengono. […] Quanto alla forma di governo, il problema è che i cittadini vogliono decidere chi governa. Nel modello francese questo avviene in una forma abbastanza indiretta per la verità. Nella forma del governo del primo ministro è chiaro che questo deve avvenire in modo limpido. […] Il governo del primo ministro non è una cosa nuova se non contiene un meccanismo libero di scelta popolare del premier e se non troviamo una soluzione chiara che consenta di evitare il rischio del trasformismo. […] Credo che difendere il patto che si forma di fronte agli elettori, i quali scelgono insieme un premier e una maggioranza, non è un fatto autoritario ma è una garanzia democratica, che le istituzioni devono assicurare attraverso un meccanismo sanzionatorio del ribaltone”.

Continueremo a discutere delle posizioni dell’oggi e sull’oggi, e certamente ognuno ha tutto il diritto, forse anche il dovere, di rielaborare le proprie. Qui ci siamo limitati a mettere un paio di punti fermi su un breve ma intenso tratto di storia della cultura istituzionale della sinistra italiana, rispetto alla quale la cauta riforma su cui dovremo esprimerci, nella quale è assente qualsiasi rafforzamento del ruolo del premier, pare tutt’altro che estranea.

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