Le radici autoritarie del grillismo. Una spiegazione teorica

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ghigliottina

Perché l’ideologia giacobina porta all’intolleranza

Un’esiziale utopia di matrice rousseauiana è iscritta nel codice genetico del Movimento Cinque Stelle: non per nulla la piattaforma telematica approntata dalla Casaleggio Associati Srl è stata battezzata col nome del filosofo ginevrino.

Jean Jacques Rousseau, primo vero critico della modernità e dello statualismo liberale, rigettò il “moderatismo costituzionale” e il sistema rappresentativo pensati da Montesquieu e Benjamin Constant eteorizzò un modello di democrazia diretta nel quale una figura messianica, taumaturgica, e cioè il “legislatore” – nella fattispecie Beppe Grillo, l’altro giorno autoproclamatosi ufficialmente “capo politico” del Movimento pur essendolo de facto sempre stato –, riveste un ruolo politico-pedagogico essenziale: quello dell'”intelligenza superiore” incaricata di far emergere con qualunque mezzo “la volontà generale”, una sorta di razionalità latente sedimentata sull’inconscio del corpo sociale, venuta a galla la quale esso può agire e legiferare. Uno-vale- uno, ma Grillo vale di più.

Gli strumenti “educativi” (o meglio, persuasivi) adoperati dal Movimento Cinque Stelle per indicare ai cittadini “quel che vogliono ma non sanno di volere” sono tanto tradizionali e tradizionalisti quanto innovativi e postmoderni: una narrazione giustizialista – tipica di una destra autoritaria – che individua le cause della crisi e di qualunque disfunzione nella criminalità strutturale dell’ intera classe politica, propinata tramite un sovradosaggio di clickbaiting e spettacoli di piazza; la sublimazione dell’onestà a stella polare dell’agire politico e la degradazione della competenza e del  “professionismo” (Weber) a sintomi di inequivocabile collusione con lo status quo; l’assoluzione e la mitizzazione del “popolo”, misteriosamente incolpevole per l’ascesa della suddetta criminale classe politica, senz’altro antropologicamente diverso dalla stessa.

Una volta cristallizzatasi, la volontà generale (che in realtà, lo sappiamo bene, altro non è che eterodirezione, ortodossia) è legittimata a fagocitare qualunque “volontà particolare”, e cioè qualunque voce critica non allineata.

I militanti pentastellati sembrano aver interiorizzato così bene questo principio che, ogniqualvolta Grillo ne innesca la mobilitazione con un hashtag o con un post sul suo blog, la loro “volontà generale” si abbatte come uno tsunami digitale su avversari politici e dissidenti interni, i primi ridicolizzati con nomignoli, delegittimati politicamente e perfino umanamente, i secondi criminalizzati, ostracizzati e all’occorrenza espulsi.

Ma le vittime predilette, va da sé, sono i giornalisti, additati indistintamente al pubblico ludibrio quali scribacchini al soldo d’imprecisati “poteri forti”, inseriti in novelle raccapriccianti liste di proscrizione – da ultimo aggrediti verbalmente e perfino fisicamente durante la kermesse grillina a Palermo.

Questo è, ontologicamente, il Movimento Cinque Stelle. Beninteso, non è intenzione di chi scrive fare dell’allarmismo fine a se stesso circa il suo ipotetico potenziale sovversivo. La presenza di partiti antisistema è benefica in termini di pluralismo politico, collauda gli anticorpi formali e sostanziali dell’impalcatura istituzionale contro eventuali derive totalitarie e ne fortifica l’identità liberaldemocratica.

Oltretutto non si tratta di una specificità dell’agone politico italiano: forti pulsioni antisistema agiscono da qualche anno negli apparati politico-istituzionali di moltissime democrazie occidentali.

Ma il primo passo per neutralizzare il delirio simil-giacobino di Beppe Grillo e lo squadrismo digitale posto in essere dai suoi elettori è ridimensionarne la sovraesposizione mediatica e qualificarli, in punta di politologia, come elementi pericolosamente ostili alla tradizione liberaldemocratica.

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