Le primarie si possono anche non fare, ma prima eliminiamo i tesserifici

Pd
Il candidato alle primare del centrosinistra per la presidenza della Regione Campania, Andrea Cozzolino, durante il voto a Napoli, 01 marzo 2015.
ANSA/CIRO FUSCO

Renzi non può trasmettere l’idea di voler chiudere il Palazzo, dopo averlo espugnato

In tempi non sospetti, ho scritto cosa penso sullo strumento primarie. Quando non era di moda dire certe cose, sempre per capirci. Ma su di un punto vorrei fossimo tutti chiari, sempre per onestà intellettuale. La questione non è se i dirigenti del Pd, o i candidati del Pd, vengano scelti dagli iscritti o dai cittadini-elettori tramite primarie. Il punto è cosa è un partito, cosa rappresenta, come funziona, in nome di cosa – non come – seleziona le proprie classi dirigenti.

Ad esempio, solo ad esempio, grazie alle primarie aperte allo scorso congresso regionale campano del Pd, io e tanti altri abbiamo potuto dire la nostra, differenziandoci dalla cordata renziana di tutte le ore e da quella lettiana e di governo, proprio grazie allo strumento delle primarie. Rappresentando un’idea di partito ed un programma diversi, anche se perdenti.

Se il segretario regionale fosse stato scelto tramite le tessere (non gli iscritti, si badi bene, le tessere) non avremmo potuto nemmeno dire la nostra. Che vi pare poco, ma non è poco, anzi.

Tutto questo per dire che il punto non sono i congressi o le primarie, ma una discussione vera sulla rappresentanza, la democrazia interna e l’identità del Pd. Il prossimo segretario regionale del Pd, campano o pugliese, o il prossimo candidato sindaco di Napoli o di Roma o di Milano, potranno anche essere designati dagli iscritti e non tramite primarie, ma qualcuno ci assicuri che siano veri (gli iscritti), che vengano cassati i circoli falsi e banditi i tesserifici.

Altrimenti, tutta questa operazione, ai malpensanti, potrebbe sembrare solo un modo per chiudere a chiave il palazzo una volta che se n’è entrati in possesso. O per tagliare, tramite formule organizzative, cancellando la politica ed il confronto, candidati scomodi. Ed è per questo che mi permetto di dare un consiglio non richiesto al segretario Matteo Renzi, che in queste ore sta giustamente tenendo alto il conflitto con l’Europa, difendendo una buona legge di stabilità: in politica le scorciatoie organizzativistiche non pagano, anzi. E lui lo sa bene, perché sulle illusioni di quelle scorciatoie (di chi lo ha preceduto) ha costruito la propria legittima scalata verso il Nazareno e palazzo Chigi.

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