Le primarie non possono essere a disposizione del partito

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Primo settembre - Bandiera Pd

Il Pd non può avere un “suo” candidato, ma deve reclutare le risorse migliori che emergono dalla società

Come un cibo mal digerito ecco il rigurgito delle primarie nel corpo del Pd. Ma se emergono diversi e divergenti modi di intendere una caratteristica costitutiva, fondante, di un’organizzazione tutta la sua efficacia ne risente. Anzi, lo si deve affrontare cercando di venirne a capo una volta per tutte. E tenere il punto per un periodo che ne permetta l’assimilazione nei processi organizzativi.

È questo che accade oggi nel Pd con le cosiddette primarie. Fermiamoci a quelle relativa alla selezione delle candidature alle cariche istituzionali monocratiche. Lasciamo da parte quelle per le cariche di partito che a ben vedere assumono maggiore o minore rilievo proprio se si risolve la prima questione.

Personalmente ho sempre ritenuto che il Pd non debba avere il “suo” candidato alle primarie di coalizione. Il Pd si impegna a organizzarle e a garantirne la realizzazione, le ritiene il modo fondamentale per assolvere al proprio compito istituzionale di promuovere personalità e politiche di governo. Quindi definito un perimetro valoriale e un regolamento, tutti i cittadini che hanno i requisiti di legge per essere candidati, possono candidarsi alle primarie. La qualità delle candidature rifletterà la qualità del dibattito pubblico sviluppato in ciascuna realtà. Altrimenti – visti i numeri degli elettori – il Pd dovrebbe vincerle sempre o trasformerebbe ogni primaria in uno scontro tra i sostenitori del Pd (o del leader di quel momento) e tutto il resto del centrosinistra. Non avere il candidato del Pd che oggi diventerebbe “di Renzi” e ieri della “ditta” è un punto di forza, è la sostanza del partito plurale che è stato fatto nascere spostando il baricentro dei processi di legittimazione dagli iscritti verso gli elettori.

È un modo diverso di concepire il partito politico e il suo modo di stare nella società. Il compito diventa quello di reclutare le risorse migliori che emergono dalla società e di portarle a svolgere il compito di “capi provvisori” delle istituzioni democratiche. Non di plasmarle al proprio interno con una propria ideologia. Ovviamente rimane anche fondamentale il compito di connettere cittadini e istituzioni, di vigilare e stimolare il modo in cui le istanze della società vengono trasformate in politiche pubbliche.

Mi pare che questo sia il percorso avviato a Milano e che purtroppo molti “raccontano” come frutto di debolezza e non come una scelta consapevole e forte. Spiace che questa fatica politica venga sottovalutata a livello nazionale, spiace questa incomprensione della necessaria autonomia e spiace che le regole delle primarie vengano considerate non come un elemento della “costituzione” del Pd ma una procedura a discrezione della segreteria del partito. Le primarie se vogliono essere di coalizione non possono essere decisioni a disposizione del gruppo dirigente nazionale. I gruppi dirigenti locali locali non si promuovono se non si affrancano dalle decisioni del centro del partito.

Quindi sul ruolo delle primarie si riflette l’idea stessa di partito e del suo rapporto con la società e le istituzioni democratiche. Non è cosa da sottovalutare e dire che ci sono problemi più importanti (fatto evidente e innegabile) rischia di sembrare solo un escamotage per un incomprensibile rinvio.

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