Le peripezie di una fotografia curda

Reportage
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Stavo per scoraggiarmi ed ero tentato di inventare una storia per la mia fotografia che tanto mi piaceva. Ma la realtà ha superato la fantasia

Un pomeriggio del 2015 mi ero innamorato di una fotografia. L’avevo trovata esposta al museo dei tessuti, nella Cittadella, il qalat, di Erbil. La didascalia diceva: «21 marzo 1970. Foto scattata da un maestro di scuola nel giorno di Newroz /il Capodanno curdo/. Mamosta Jalal, Erbil».

Desiderai rintracciare la storia di quella fotografia. La didascalia era laconica e quasi misteriosa. Il luogo non sembra Erbil, sia pure la Erbil del 1970, ma piuttosto uno dei suggestivi villaggi curdi dalle case sovrapposte. Interrogai qualcuno, inutilmente. Provai con la rete. Mamosta significa maestro, Maestro Jalal, può significare un generico attributo rispettoso. Trovai un libro di memorie di Jalal Barzanji, Man in Blue Pyiamas, pubblicato in Canada nel 2001, racconta gli anni in cui l’autore, poeta e giornalista, era stato incarcerato e torturato dagli scherani di Saddam, dal 1986 al 1988. Gli altri prigionieri gli si rivolgono con l’appellativo Mamosta Jalal – mi sarebbe piaciuto che fosse l’autore della foto, ma non era possibile: è nato nel 1953, e nel 1970 aveva solo 17 anni. Stavo per scoraggiarmi ed ero tentato di inventare una storia mia alla fotografia. Se l’avessi fatto, come fra poco vedremo, mi sarei reso piuttosto ridicolo.

so1La fotografia è bellissima a prima vista. Guardata in un’epoca di selfie induce a una invincibile nostalgia. L’idea è che tutti i vivi vi siano compresi, donne e uomini, piccoli e grandi, vecchi e giovani. I bordi, soprattutto a sinistra, mostrano che molte altre persone sono rimaste fuori dall’obiettivo. Sembra un giudizio universale tenuto in un giorno di festa e senza dannati. Un popolo che si mette così in posa testimonia di una comunità unita e solidale formidabile: l’incarnazione dell’idea mitica che ci facciamo della nazione curda. Un popolo che si mette così in posa per lasciare un ricordo di sé nel giorno del nuovo anno è difficile da piegare per qualunque nemico. Non voglio vantarmi di avere scoperto il dettaglio più singolare, che mi è stato invece segnalato dal giovane cassiere del piccolo museo. Tutti i personaggi della fotografia indossano i costumi tradizionali curdi, ad eccezione di uno: il giovane all’estrema destra di chi guarda, vestito in giacca e pantaloni.

Un pomeriggio di ottobre del 2016 sono tornato al Museo del tessuto con la mia cara fotografa, Neige. Volevo avere una copia migliore della fotografia, che nella mia aveva il riflesso del vetro sotto cui è incorniciata. Ho trovato una sorpresa, la didascalia è cambiata e questa volta è molto più dettagliata. Dice: «Questa fotografia fu scattata il 21 marzo (Newroz) 1970 da un maestro di scuola, Mamosta Jalal, di Erbil. Essa mostra il villaggio di Roste, che si trova a nord est di Soran. È uno dei più remoti villaggi della regione di Balakyati, situata in fondo a una valle profonda, vicino al confine iraniano. È una precoce fotografia a colori e costituisce un’unica testimonianza del villaggio e del suo popolo, e racconta molte storie, non solo del villaggio ma dell’intero popolo curdo. Sebbene Roste esista ancora, non ha più questo aspetto. Durante la campagna di distruzione condotta da Saddam contro i curdi, Roste fu uno dei primi villaggi a venire spianato dai bulldozer nel 1977. Altri 120 villaggi nella regione di Balakyati e altri 4 mila nel Kurdistan subirono lo stesso destino. La loro gente venne dispersa allora dopo centinaia di anni in cui vi aveva dimorato. Noterete che tutte le persone nella foto indossano il costume curdo».

La nuova didascalia era ancora laconica sull’autore della foto, ma faceva fare un gran passo avanti alla mia curiosità e sembrava confermare la prima impressione, che la posa di quella gente così raccolta offrisse un ritratto in miniatura dell’unità dell’intero popolo curdo. Il vice-direttore del museo fu molto gentile, staccò la foto dal muro per posarla sul pavimento e permettere a Neige di rifotografarla senza il riflesso, e soprattutto mi disse che lui no, ma suo fratello, che avrei potuto incontrare la mattina dopo, aveva notizie sul fotografo.

Diventai allegro come quando si apre uno spiraglio su una cosa misteriosa e fa pensare che fra poco se ne verrà a capo: domani mattina, addirittura. Intanto scendemmo dalla Cittadella e andammo alla famosa Casa del Tè Machko, che è scavata proprio dentro le sue mura ed è il più illustre punto di ritrovo degli artisti, gli intellettuali, i politici scontenti, i turisti, le spie e gli sfaccendati di Erbil. Era ancora il primo pomeriggio e Machko non era così affollato, ma c’era il mio amico curdo-italiano-francese Ali Hadi, che è un pittore di fama. La conoscenza con Ali è una delle tante coincidenze di cui il Kurdistan è prodigo, perché lui era stato studente all’Accademia di Belle Arti di Firenze negli anni in cui io vi insegnavo, e ora lui insegna all’Accademia di Erbil.

Insomma ci siamo abbracciati, abbiamo chiesto il nostro tè, gli ho presentato Neige e gli ho subito raccontato che venivamo dalla visita al museo e che ero contento perché avevo trovato una traccia a proposito di una fotografia eccetera eccetera. Stette ad ascoltarmi cortesemente, infatti è un uomo molto cortese, ma a un certo punto si fece più attento e interessato, finché mi interruppe calorosamente: «Ma è suo padre!», e indicò un giovane seduto di fronte a noi con altri, tutti suoi allievi. «Il fotografo, Jalal, è suo padre!». Ho appena detto delle coincidenze curde: questa però! Stava scherzando? Macché.

Quel giovanotto dalla bella faccia si chiama Dara Jalal, è il figlio del «mamosta» Jalal, si è appena diplomato all’Accade – mia, fa il pittore e il fotografo – e insomma ho combinato sui due piedi un incontro con suo padre. Il quale frequenta tutti i giorni la piazza della Cittadella, ma in un’altra casa da tè riservata ai pensionati, sotto il minareto antico sovrastato dal gran nido della cicogna protettrice di Erbil. Avevo trovato il mio fotografo. Neige purtroppo partiva. Avrei preferito che fotografasse lei il fotografo ritrovato: pazienza. Dunque ci siamo incontrati, e sono stato ammesso alla casa da tè dei pensionati, a pieno titolo del resto.

Il fotografo ha 73 anni, uno meno di me, è alto e ha una bella faccia scavata e dei baffetti, si chiama Jalal Majeed Amin. È nato in un villaggio vicino a Erbil-Hawler e si è trasferito in città a dieci anni. È diventato maestro nel 1965 e «sono stato maestro per tutta la vita». Dopo un anno di insegnamento impiegò tutto quello che aveva messo da parte per comprare una Kodak Retina 1B. Fotografava in positivo, le diapositive doveva procurarsele da Bagdad. Fotografava senza altro fine che il proprio piacere. È stata la sua passione principale, l’altra gli scacchi, in cui è maestro. Fu mandato a insegnare prima a Pendro, sulle montagne di Shirwan-Mazin, per 5 anni, poi alla scuola elementare di Roste, e ci rimase tre anni, dal 1970 al 1973. Gli racconto perché la sua fotografia mi è piaciuta tanto. Anche i dettagli: il giovanotto, unico vestito all’occidentale… «Davvero?», dice incredulo. Saranno state 500 famiglie, dice. Gli chiedo come ha fatto a radunare tanta gente per la fotografia, come li ha persuasi… Qui c’è il colpo di scena: alla lettera. «Ma no, non erano affatto in posa. Vedi l’angolino bianco in basso a sinistra? Era un pezzo di palcoscenico. Si stava recitando, era il teatro, per la festa di Newroz, la gente era lì per guardare lo spettacolo». «Aspetta», dice, e tira fuori un’altra diapositiva, che riprende la scena dal punto di vista degli spettatori. Questa.

Infatti, aggiunge Jalal, ho rifatto ogni anno la fotografia nello stesso luogo. Questo basta a far crollare la mia immaginazione su quel popolo così unito e disciplinato e sul maestro fotografo che l’aveva persuaso a radunarsi per la fotografia collettiva. I tetti digradanti non erano che la galleria del villaggio mutato per un giorno all’anno in teatro all’aperto. Jalal mi mostra un’altra panoramica della stessa folla, ripresa da un punto di vista obliquo. Questa

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È quasi altrettanto bella, ma non si lascia scambiare per una posa collettiva in memoria del popolo curdo unito. In compenso ha qualche mucca, le uniche disinteressate a guardare verso il palcoscenico. Insomma, gli dico, la mia ammirazione per l’assemblea popolare sui tetti era solo un equivoco. «Ma no, la vita del villaggio era davvero solidale. D’inverno si portava la legna per tutti. Tutti insieme costruivano le case. E si difendevano quando ce n’era bisogno». Ma la sua fotografia com’è finita al museo? «L’hanno comprata al bazar, dove avevano fatto dei poster, senza sapere chi fosse l’autore. Non c’è scritto niente». E come mai? «Nel 1996 avevo venduto il permesso di farne copie a un commerciante, Rahman, che ora è morto. Avevamo fame. Mi diede 3.000 dinari, più o meno 35 dollari. Lui la mandò a riprodurre in Turchia, e lì si rifiutarono di stampare anche una sola parola, perché era in curdo, così scomparve anche il mio nome e il poster diventò anonimo». Che storia: la tua fotografia se n’è andata per il mondo da una parte e tu dall’altra. «Anche la mia Kodak l’avevo venduta, nel 1990: per 5 kg di farina. E una serie di 25 diapo per altri 3.000 dinari. Nel 1977 mi ero sposato e avevamo cinque figli, 2 maschi e tre femmine». Nel 1978 Jalal smise di fotografare, e non ha più ricominciato.

so3Un autoscatto di Jalal, al centro, sul Helgourd, 3.607 m., nei monti Zagros,1972. Sotto, il maestro Jalal fotografato per me da suo figlio Dara. Le sue fotografie le ha proiettate qualche volta qui a Erbil al Circolo degli insegnanti. Solo nel 2007 ha avuto una mostra modesta a Suleimania, alla Zamwagallery. La fotografia di cui mi sono innamorato io è in copertina, sulla controcopertina c’è una folla formidabile di bambine ragazze e donne coloratissime: è un’adunanza del Partito Comunista iracheno, più di quarant’anni fa. Oggi non si vedrebbe più.

so4 Le coincidenze hanno un’appendice. Mamosta Jalal mi regala il sobrio catalogo della mostra. C’è una pagina scritta, e Lokman, il mio amico curdo-italiano, me la traduce. È di Rostam Aghale, un artista di Suleimania: mi ha preceduto per filo e per segno. Aveva visto a casa sua nel Newroz del 1980 la fotografia su una rivista, «Autonomy», e ne era stato colpito. Non c’era il nome del fotografo. Nel settembre 2006 viene a Erbil e al museo ritrova la foto, senza nome. Ma qui è il direttore, il signor Lolan, a dirglielo: Jalal Majid Amin. «Nel mondo degli artisti, mai sentito nominare». In un secondo viaggio Aghale incontra Jalal. Come faceva, scrive, a fare foto così belle di paesaggi e villaggi con una Kodak senza zoom? È arrivata così la prima mostra di Jalal, «Il fotografo del villaggio di Roste».

 

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