Le parole sono importanti

Integrazione
povertà

C’è da chiedersi quanto in ognuno di noi si sia instillato il germe del pregiudizio, o del giudizio sommario. Proviamo a fermarci sul significato delle parole

A Milano dal 1898 esiste un’associazione, Pane quotidiano, che ogni giorno assicura un pasto e generi di prima necessità a chi non ne ha, a chi non sa come procurarsi persino un pezzo di pane. Ogni anno il numero di uomini, donne, giovani, anziani, che si mette in fila è sempre più alto: 810.338 nel 2015, 778.666 nel 2013.

Il motto di Pane quotidiano è semplice, parole scelte una ad una, perché le parole hanno un senso: «Sorella, fratello, qui nessuno ti domanderà chi sei, né perché hai bisogno, né quali sono le tue opinioni…». Qui troverai il tuo pane quotidiano chiunque tu sia. Questo vogliono dire quelle parole.

L’altra sera a Linea Notte, su Rai3, ospite in studio di Maurizio Mannoni, c’era la scrittrice milanese Sveva Casati Modignani, al secolo Bice Cairati. Milioni di copie vendute per i suoi libri, tradotti in venti Paesi, l’ultimo «Dieci e lode» (edito da Sperling & Kupfer) è appena arrivato nelle librerie.

È la storia di Lorenzo, insegnante, e Fiamma, direttrice di una piccola casa editrice, ambientata in una Milano che svela i suoi punti di sofferenza. Parlando delle nuove povertà la scrittrice racconta in studio: «Venerdì scorso passando ai Bastioni di Milano ho visto una teoria infinita di uomini e donne… in fila come formichine, alle 10 del mattino». Quella teoria infinita era in fila davanti alla sede di Pane quotidiano, «c’erano extracomunitari, barboni, qualche tossico, ma la cosa che ti fa male di più al cuore è quando vedi persone perbene», dice la scrittrice. Un lapsus? Il punto non è stabilire se lo fosse oppure no. Il punto è chiedersi come mai una autrice attenta come lei, che sceglie le parole una ad una, separando il grano dalla gramigna, quando crea i suoi personaggi e le storie in cui li cala, delinei questa separazione di appartenenza in quella teoria infinita. Extracomunitari, barboni, tossici. E persone perbene che fa male al cuore vedere in fila.

C’è da chiedersi quanto in ognuno di noi si sia instillato il germe del pregiudizio, o del giudizio sommario. Proviamo a fermarci sul significato delle parole. Perbene: «Che si comporta onestamente rispettando le leggi e la morale comune», dal vocabolario della lingua italiana Sabatini Coletti. Dunque, chi ci mettiamo in questa categoria? Quando si è poveri si è poveri tutti allo stesso modo, nella stessa fila, il migrante fuggito dalla guerra e il manager rimasto senza lavoro. Quando si è perbene si è perbene allo stesso modo, il migrante fuggito dalla guerra e il manager con o senza lavoro. Honoré de Balzac sosteneva che «per giudicare un uomo bisogna almeno conoscere il segreto del suo pensiero, delle sue sventure, delle sue emozioni». Forse basterebbe tornare al senso delle parole

 

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