Le notizie fasulle in Rete aprono le porte della Casa Bianca

Usa2016
Donald Trump.  (ANSA/AP Photo/ Evan Vucci) [CopyrightNotice: Copyright 2016 The Associated Press. All rights reserved.]

“Dimenticate la stampa, leggete Internet”, ripeteva Trump in campagna elettorale, e sapeva benissimo quel che stava dicendo

Donald Trump ha vinto le elezioni. Questo è un fatto. Ma con lui ha vinto anche la realtà parallela. Qualcosa che avrebbe intrigato dei visionari profetici come Philip K. Dick o George Orwell, una realtà costruita, soprattutto, su delle non verità. Sui falsi, molti costruiti ad arte – le cosiddette fake news – altri gonfiati come bolle gigantesche sull’onda di dicerie popolari. Una valanga di notizie semplicemente non vere, oppure verità distorte, esagerazioni e deliri che hanno condizionato in modo straordinario la campagna elettorale americana, dalla balla su Obama che non sarebbe nato negli Stati Uniti fino al delirante coinvolgimento, propagandato in rete, di Hillary Clinton in uno scandalo a sfondo pedofilo.

Insomma, il falso come strumento politico sistematico, un fiume di informazioni manipolate che ha coinvolto Facebook e Google, accusate di essersi fatti strumento di questa valanga a cui è stata, e continua ad essere, esposta l’opinione pubblica americana. «Dimenticate la stampa, leggete Internet», ripeteva Trump in campagna elettorale, e sapeva benissimo quel che stava dicendo. C’è un recente sondaggio che dice molto degli effetti della comunicazione politica di oggi: l’8 1% dei sostenitori di Trump è convinto che oggi in America si stia molto peggio di cinquant’anni fa, cosa che pensa solo il 19% dei fan di Hillary.

Ebbene, lo Spiegel, il settimanale tedesco, si è divertito a snocciolare qualche numero: «Cosa esattamente sarebbe stato meglio negli Stati Uniti degli Anni 60 e 70? Dal 1964 in poi 58mila americani hanno trovato la morte nella guerra del Vietnam, i conflitti razziali in quel periodo erano al loro culmine. I bilanci domestici sono sì calati dal 2008 a oggi, ma sono comunque superiori del 25% rispetto a quelli di allora. Il tasso di disoccupazione è ben al di sotto della media degli ultimi cinquant’anni ed è la metà di quello dell’inizio degli anni 80.

L’aspettativa di vita è cresciuta di nove anni, gli omicidi calati. A questo bisogna aggiungere infinite conquiste in campo tecnologico e scientifico, nonché miglioramenti nel campo dell’istruzione, dell’alimentazione, del sistema sanitario e via dicendo». Far tornare “grande” l’America, come dice il più celebre slogan di Trump? Grande quando, come, dove, in che s ens o? Quello della “realtà percepita” al posto di quella fattuale sarebbe un fenomeno divertente se non fosse drammatico. In ottobre, un sito aveva diffuso la notizie di “decine di migliaia” di false schede elettorali segnate Hillary Clinton ritrovate in un deposito nell’Ohio all’interno di urne già sigillate.

La notizia si rivelò un’immensa bufala, ma intanto era stata condivisa da oltre sei milioni di utenti, molti dei quali probabilmente non sono stati raggiunti da una successiva smentita. Molto popolare anche il post su Facebook del sindaco repubblicano di Mansfield (Georgia): «Segnatevi i giorni delle elezioni: i repubblicani votano martedì 8/11, i democratici mercoledì 9/11»… ossia il giorno dopo l’election day. E ancora: «Breaking! Agente Fbi coinvolto nello scandalo delle email di Hillary trovato morto in un apparente suicidio-omicidio», checché ciò voglia dire.

Andavano fortissimo anche le fake news su Obama che avrebbe cancellato tutti gli endorsement pro-Hillary dal proprio account, mentre a urne ancora aperte hanno preso a girare vorticosamente degli exit poll fasulli dalla Florida, generati da un falso account della Cnn: «Trump avanti al 55% contro il 39% di Clinton». Lui in effetti se l’è preso, il “Sunshine State”, ma certo non con questi numeri. Un falso sito della Abc ha avuto modo di diffondere il titolo «Sono stato pagato 35mila dollari per protestare a un comizio di Trump”.

Anche qui, un uragano in rete, con il figlio del magnate newyorkese, Eric, a ritwittare indignato: «Finalmente, la verità viene fuori». Una specie di discesa agli inferi, giù giù fino ad una «Clinton coinvolta in un traffico di minori» diffusa dal sito Inquistr divenuta virale e la notizie di un Papa Francesco di colpo tramutatosi in un improbabile sostenitore di Trump. Il candidato repubblicano, colui che aveva cominciato già anni fa a diffondere la storia di Obama che non sarebbe nato negli Stati Uniti per poi affermare che era una bugia messa in giro da Hillary, lo stesso che sempre su Twitter ha affermato cose pazzesche come «le statistiche ci dicono che i neri uccidono l’81% delle vittime bianche», in un’intervista alla Cbs successiva al voto l’ha detto con grande lucidità: «Io credo che i social media hanno più potere di tutto il denaro che hanno speso loro (la campagna della Clinton, ndr). In un certo senso, l’ho dimostrato».

Evidentemente lui e il suo staff hanno ben presente che il 66% degli utenti di Facebook accede alle notizie attraverso Facebook medesima. Non solo: secondo il Pew Research Center, più del 60% degli adulti americani ha tratto le sue informazioni sulle elezioni dai social, in netta crescita rispetto al 49% del 2012. Ma c’è dell’altro. Il ricorso consapevole alla “realtà parallela”, ormai considerata moneta sonante, ha creato negli Stati Uniti un corto circuito di proporzioni immense, facendo cadere uno ad uno tutti i totem su cui si fonda l’autorappresentazione della democrazia, a cominciare dai sondaggi necessari per misurare lo stato dell’opinione pubblica fino ai tradizionali mezzi di informazione: un cerchio impazzito, in cui una bella fetta di elettorato ha pensato bene di mentire ai sondaggisti, facendo sballare tutte le previsioni, con ciò portando completamente fuori strada i grandi giornali, dal New York Times alla Cnn, passando dal Washington Post e la Abc , inverando così la profezia dell’esercito mediatico trumpista sulle “menzogne” dei media tradizionali.

Ora si tratta di correre ai ripari: se il Nyt – che, incrociando i centinaia di sondaggi condotti per mesi negli Usa, dava l’84% delle possibilità di vittoria a Hillary Clinton – ha scritto una lettera di scuse ai propri lettori, sulle maggiori testate è un uragano di inchieste sull’“esercito nascosto di Facebook”. Ma intanto il sistematico uso delle fake news continua, anche dopo l’“election day”. Come rivela il sito Politifacts, ancora pochi giorni fa, googlando le parole “final election count”, il primo risultato – sopra quello di Washington Post, per dire – era “Trump ha vinto sia il voto popolare che il collegio elettorale”, e questo contro ogni evidenza: il conteggio reale dà la candidata democratica avanti nel voto popolare di quasi 700mila voti. Il sito che ha lanciato questo contro-fatto (70 News , che “promette di svelare quello che i media liberal nascondono») si è successivamente aggiornato affermando «se abbiamo sbagliato, non esiteremo a cambiare i numeri. Noi l’abbiamo presi da Twitter».

Così, tanto per gradire, ancora ieri il titolo d’apertura del sito era: «Hillary ha lanciato oggetti contro il suo staff urlando oscenità durante la notte elettorale ». Donald Trump è il presidente eletto, dicevamo. Questo è un fatto. Il tycoon dal crine arancione dice che farà tornare “grande” l’America. Questo è un proposito (buono o no, è u n’altra storia). Ma è un proposito che si fonda su una sequenza infinita di falsi. Su una realtà parallela. E non è fantascienza.

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