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Referendum
Alcuni membri del comitato del si al referendum consegnano le firme in Cassazione a Roma, 14 luglio 2016. ANSA/GIORGIO ONORATI

Tutto il Pd ha votato la riforma. Non si può scambiare la consultazione per il congresso

«Adesso possiamo dirlo, questo è il referendum degli italiani»: il tweet con cui il Comitato per il Sì ha salutato il via libera ufficiale della Cassazione al referendum costituzionale riassume alla perfezione il senso politico della giornata, e indica qualche prezioso suggerimento per il futuro. Più di mezzo milione di italiane e di italiani hanno risposto all’appello del Comitato per il Sì e hanno firmato per potersi esprimere sulla riforma (il Comitato per il No non è riuscito nell’impresa).

Non era necessario, perché la richiesta era già stata avanzata, secondo quanto stabilisce l’art. 138 della Costituzione, sia dai parlamentari di maggioranza sia da quelli di opposizione, ma era, ed è, politicamente decisivo: perché il referendum di novembre non riguarda i partiti, i governi, le maggioranze e le minoranze – ciascuna con i propri, legittimi, interessi da far valere – ma le italiane e gli italiani, il Paese in cui vivono e lavorano e crescono i figli, la stabilità e l’efficienza del sistema (indipendentemente da chi è chiamato pro tempore ad amministrarlo). Sebbene sia assai recalcitrante, la politica è ora costretta a fare un passo indietro. Sebbene la gran parte degli alfieri del No sia, con poche e lodevoli eccezioni, interessata unicamente alla crisi di governo, alla cacciata di Renzi e alle elezioni anticipate (non è chiaro con quale legge elettorale e con quale esito), è sul merito della riforma, e non sul destino del presidente del Consiglio, che le italiane e gli italiani intendono votare.

Sebbene l’Armata Brancaleone dei conservatori di ogni colore voglia politicizzare il referendum per perpetuare le proprie rendite di posizioni, il voto sarà nella sua stragrande maggioranza libero da appartenenze, rancori, calcoli meschini, manovre di palazzo. Del resto, è proprio questa la natura, e la bellezza, di una consultazione referendaria: dove davvero “uno vale uno” e dove il voto è libero da ogni condizionamento. Fra le tante contraddizioni in cui incappano i militanti del No ce n’è una particolarmente vistosa: si accusa la riforma di autoritarismo, e il premier di plebiscitarismo, dimenticando che a decidere saranno gli elettori, non il governo o il Pd o Renzi. Si incolpa la maggioranza che ha approvato la riforma di non essere abbastanza ampia e “costituente”, e si dimentica che la vera maggioranza che decide è quella degli italiani chiamati al voto.

Ma se questo è il referendum degli italiani – il referendum attraverso il quale gli italiani decideranno se avere o meno un sistema istituzionale più efficace, più rapido e più economico – sarebbe buona cosa se i partiti ne prendessero atto e, per una volta, lasciassero da parte i loro calcoli. Il discorso vale per tutti, ma soprattutto per il Pd: che non può scambiare la consultazione di novembre per il proprio congresso. Con tutto il rispetto per le minoranze, per la maggioranza e per le sue sempre più agitate componenti, agli italiani dell’eterno dibattito interno al Partito democratico non importa un granché. Anzi: dopo due anni abbondanti di guerriglia, cominciano ad essere vagamente irritati. Concepire il referendum come un’arma contro Renzi, o far dipendere il voto di novembre dal cambiamento della legge elettorale, moltiplicando compulsivamente le proposte e fingendo di ignorare che per approvare una legge occorre una maggioranza, potrà forse galvanizzare qualche militante, ma non rende un buon servizio al Paese. Tutto il Pd ha votato la riforma in Parlamento: se ora qualcuno ha cambiato idea, è affar suo. Ma non è del Pd che stiamo parlando, né del M5s o della Lega o di Forza Italia. Il referendum è degli italiani.

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