Le ingiustizie mondiali che la sinistra dovrà combattere

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epa05176112 A Filipino carries a log in the mountains of Antipolo city, east of Manila, Philippines, 23 February 2016. According to a report of the United Nations Food and Agriculture Organization (FAO), among the 234 countries surveyed, the Philippines ranks fifth in terms of greatest annual gain in forest area. From 2010 to 2015, Philippines was able to increase its forest area by 240,000 hectares per year - top four that hold the record are China, Australia, Chile, and the United States.  The Philippines hosts the Asia-Pacific Forestry Week 2016 where in representatives of international and non-government organizations from over 30 countries gather in Clark Freeport Zone, Pampanga province.  EPA/FRANCIS R. MALASIG

Gli effetti della globalizzazione e delle crisi hanno cambiato tutti gli equilibri. Ora qualsiasi azione dovrà essere pensata in ambito mondiale

Sono un “vecchio” democristiano di sinistra (Misasi, Guarasci, De Mita, Marcora… la Base insomma). Ho seguito con entusiasmo, da cattolico adulto, la stagione prodiana. Sono passato per l’Asinello, per la Margherita e sono un iscritto, attivo, del Pd della mia cittadina, Mirto Crosia in provincia di Cosenza.

Quando nel ’96 apparve il volume di Jeremy Rifkin dal titolo La fine del lavoro. Il declino della forza lavoro globale e l’avvento dell’era post-mercato, ne rimasi molto impressionato e ne ripresi alcuni dei contenuti in varie occasioni di dibattito. Vedevo poca attenzione al tema e tanti risolini di riscontro. Poi arrivò prepotente la globalizzazione e infine le tre crisi economiche.

Non v’è dubbio, come spiegava Rifkin, che con le nuove tecnologie molti filoni lavoratovi non sono e non saranno più appannaggio dell’uomo. Dunque meno lavoro a disposizione. Altrettanto sicuro è che la sacrosanta emancipazione femminile ha portato  e porta ad una redistribuzione di tanto lavoro prima appannaggio dei soli uomini. E dobbiamo prenderne atto.

Poi ci sono gli effetti della globalizzazione. Da tempo vado ripetendo che è un fenomeno che funziona come il principio dei vasi comunicanti in fisica: se metto in collegamento due recipienti contenenti lo stesso liquido a livelli differenti, inevitabilmente in poco tempo si porteranno allo stesso livello, con quello più alto che scenderà e quello più basso che salirà. La globalizzazione ha messo in comunicazione realtà produttive di diversi continenti con diverse economie, con diverse legislazioni sociali, con diverse armature di protezione civile. E come si poteva e si può immaginare che le opportunità di lavoro, i livelli retributivi, il welfare rimanessero fermi o continuassero a crescere nei paesi sviluppati e contemporaneamente avanzassero anche nei paesi in via di sviluppo, alcuni, come la Cina, con popolazioni quasi doppie rispetto a quella europea?

Le delocalizzazioni produttive sono figlie di questa evoluzione e non del capitalismo selvaggio. Si dice: dobbiamo abbandonare le produzioni di manifattura povera per concentrarci sui prodotti d’avanguardia o di eccellenza. In parte lo facciamo già, ma anche in questi comparti la concorrenza che ci viene, ad esempio, da dinamici paesi del Medio ed Estremo Oriente non ci lascia tranquilli.

E dunque? Certo non voglio arrivare a “benedire” la decrescita felice di Grillo, ma se dobbiamo ricercare come innaffiare la rosa del riformismo per non farla definitivamente appassire, a fronte dei pericoli di involuzione, dobbiamo convincerci che, da sinistra, un po’ di giustizia sociale dobbiamo propugnarla.

Faccio degli esempi che vogliono solo essere dei flash sul problema e certamente non esaurirlo. Che significato ha fare ad un allenatore di calcio o un giocatore contratti da 20 milioni di euro all’anno? O consentire divari retributivi o pensionistici dell’ordine di centinaia o migliaia di volte? O consentire lo spreco di prodotti alimentari o energetici senza alcuna sanzione? O glissare su una giusta tassazione patrimoniale? O non accorgersi che, in limiti ben congegnati, la tassazione di successione è sacrosanta? O non ingegnarsi per consentire ad un azienda di mandare in quiescenza un anziano con qualche anno in meno sull’età “canonica” e qualche decina di euro in meno di pensione, in cambio dell’assunzione di un giovane? Non si tratta di “punire” chi lavora con passione e intelligenza. Si tratta di capire una volta per tutte, secondo l’insegnamento di papa Francesco, che la promozione della giustizia costituisce esigenza assoluta, perché fa parte della conciliazione fra gli uomini, richiesta dalla loro riconciliazione con Dio.

Due battute per chiudere. Tanti anni fa visitando la Svezia, la guida ci riferì che la tassazione in quel loro paese arrivava al 100% quando si oltrepassava un certo limite di reddito. Non sono in grado di dire se quella notizia fosse vera e, se vera, se sia ancora oggi così. Ma certamente resta qualcosa di significativo, anche se, forse, di non del tutto giusto e di non realizzabile nel mondo d’oggi. Ed infine. Rita Pavone nella sua curiosa canzone Viva la pappa col pomodoro cantava: «La storia del passato ormai ce l’ha insegnato che un popolo affamato fa la rivoluzion». Non voglio ricordare questi versi per giustificare niente e nessuno. Voglio solo ribadire che sono convinto che chi vuole mettere in atto politiche di centrosinistra deve perseguire politiche di promozione della giustizia, che non significa perseguire politiche di appiattimento, di mortificazioni, di scoraggiamento, ma politiche di sani bilanciamenti ancor prima che di solidarietà. Tenendo presente che ormai queste azioni non sono più circoscrivibili in ambiti continentali, ma vanno pensate in ambito mondiale. Voglio tornare alle internazionali bolsceviche? Certo che no! Voglio solo dire che l’Umanità deve parlarsi per tentare di trovare equilibri di giustizia. Altrimenti potrebbe essere la fine. Altro che evitare l’appassimento.

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