Le guerre degli ultimi anni che hanno corroso gli Stati Uniti

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Uno dei poliziotti morti a Dallas e il killer nero erano veterani di guerra

Ancora non sappiamo bene tutto, ma l’attacco di un nero alla polizia in Dallas somiglia molto a una operazione di guerriglia urbana, un attacco militare “ben preparato e altrettanto bene organizzato”, come è stato descritto da testimoni. Quando si parla dello stillicidio di omicidi di uomini (e qualche donna) di colore da parte della polizia, del riemergere dello scontro razziale violento nelle città Usa, si parla molto di crisi sociale, di cultura e di politica – con Trump lì, perfetto candidato oggi su cui scaricare il rinfocolarsi di questo clima. Ma si dimentica sempre di ricordare che gli Stati Uniti sono in guerra ininterrottamente dal 1990, cioè da 26 anni. Dalla prima guerra in Iraq del 1990, appunto, passando poi per il 2001 delle Torri, fino ad oggi. 26 anni di guerre tradizionali con eserciti di terra, come in Afghanistan e due volte in Iraq: guerre di posizionamento e controllo come nell’Oceano Indiano; guerre segrete, come quelle nell’ex blocco sovietico.

Guerre d’appoggio come in Siria e in Africa, e operazioni speciali come in Libia, o nel nome della lotta al Terrorismo. Quasi tre decenni durante i quali la macchina militare Usa ha macinato incredibili numeri e volumi di uomini, armi, ricerche tecnologie, e denaro. I numeri di questo sforzo bellico sono sempre discutibili e discussi. Ma possiamo farcene una idea prendendo almeno alcuni bilanci consolidati. Ad esempio, sappiamo che nell’anno fiscale 2016 l’Esercito Usa è composto da 475.000 soldati, la Guardia Nazionale da 342.000 unità , e i Riservisti da 198.000.

Circa un milione di uomini, o, per essere più precisi, 980mila unità, è considerato il livello aureo per le operazioni: “Un esercito composto da meno di 980 mila unità, non potrà soddisfare tutti gli obiettivi della DSG (Defense Strategic Guidance) e non sarà in grado di rispondere alle molteplici sfide a protezione degli interessi nazionali”, secondo quanto dichiarato nel 2015 dal capo di Stato Maggiore dell’esercito degli Stati Uniti, il generale Raymond Odierno, commentando il taglio di risorse fatto in bilancio per il 2016.

Una riduzione del 7 per cento con una perdita di 60mila uomini. Tradotte in cifre, le risorse militari Usa sono misurabili dalle richieste del Pentagono, che per il 2017 ha chiesto 583 miliardi di dollari. Di cui 71,4 miliardi di dollari per la ricerca e lo sviluppo, 7,5 miliardi di dollari per combattere lo Stato islamico, 8,1 miliardi di dollari destinati alla flotta sottomarina ed 1,8 miliardi per l’acquisizione di nuove munizioni.

Cito tutti questi numeri per materializzare davanti ai nostri occhi il peso, l’influenza, l’impatto di decenni di questo impegno militare americano. Che ha portato a migliaia di vittime (si parla di un milione e 300mila circa nei soli conflitti mediorientali, ma le fonti sono in merito sempre incerte) nei moltissimi paesi in cui gli Usa sono intervenuti.

Ma che ha avuto un impatto forse meno nascosto ma visibile nelle conseguenze sulla stessa America. Non parlo qui delle ramificazioni scientifiche ed economiche interne, di cui spesso si discute. Vorrei ricordare invece l’impatto sul tessuto sociale degli Stati Uniti. Migliaia sono le stesse vittime americane. I numeri, anche in questo caso, non sono chiari, ma se prendiamo quelli della stessa amministrazione militare per l’anno 2010 possiamo averne una idea: 6.051 uccisi; 99,065 evacuati da zone di guerra per ferite; 552,215 disabili ufficialmente convalidati, escludendo i disabili non riconosciuti e non.

Le tensioni razziali a pochi giorni dalle convention democratica e repubblicana R. Es. A pochi giorni dall’inizio delle convention democratica e repubblicana che daranno il via all’ultima fase delle presidenziali in America è la violenza ed il senso d’urgenza per temi vecchi, ma che pure emergono ogni volta come incredibilmente attuali, ad imporsi come imperativo in un dibattito che fino ad ora è ruotato tutto intorno alla scelta fra due americhe.

La tragedia di Dallas, l’uccisione di due uomini afroamericani da parte di poliziotti in Louisiana e in Minnesota, le marce di protesta che continuano a percorrere gli Stati Uniti, ricordano agli americani – e fanno da monito ai candidati – che a novembre però si sceglierà il leader del Paese intero. E i toni cambiano, anche se le idee no. Il repubblicano Donald Trump appare in video con un messaggio alla nazione: “Questo è il momento per la preghiera, per l’amore, per l’unità e per la leadership”, dice, smussando visibilmente gli angoli. A caldo, dopo le prime notizie sulla sparatoria a Dallas, aveva subito sottolineato la necessità di “ristabilire ordine e legalità”, ma oltre non era andato.

Consapevole dei rischi non solo elettorali di infiammare il dibattito adesso. Però una risposta verrà chiesta a breve ad entrambi i candidati a succedere Barack Obama, il primo presidente afroamericano che consegna al futuro un America ancora profondamente percorsa dalle tensioni razziali e che anche oggi, come a sua difesa, ha detto che “occorre tempo”. Hillary Clinton ha dato la sua versione: “Sappiamo che c’è qualcosa di sbagliato nei nostro Paese. C’è troppa violenza troppo odio e troppe morti senza senso”, ha detto, è necessario “ammettere che esistono ancora pregiudizi impliciti nella società e anche nei migliori dipartimenti di polizia” e ha proposto linee guida sull’uso della forza da parte della Polizia. Non dimentica mai di aspirare alla Casa Bianca quindi, anche quando afferma che il suo appello a “più amore” è atipico per un candidato presidente e ancora una volta invoca unità. Hillary parla da presidente: serve unità.

A queste vittime va aggiunta l’influenza della guerra sugli Usa diffusasi per strade meno visibili, attraverso i milioni di uomini che hanno servito e sono tornati a casa con occhi e menti diversi. Molti di loro sono passati nel settore della sicurezza nazionale, come la polizia. Le tecniche, gli armamenti, e, se è possibile dirlo, la psicologia dei conflitti sono diventati standard anche nella Nazione.

Gli Stati Uniti, insomma, in questi quasi tre decenni, sono stati profondamente cambiati dalla Guerra. Nessuno lo dice ad alta voce, ma molti lo dicono a mezza voce. E’ una verità spiacevole, soprattutto perché con la fine della leva obbligatoria

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