Perché Silvio non regala la destra ai lepenisti in salsa italiana

Roma
Il presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi, durante il suo intervento ad Atreju. Roma, 26 settembre 2015. ANSA/CLAUDIO PERI

Ora per Meloni& Salvini si fa tutto più difficile

Ci sono due destre, ora, plasticamente divise a Roma: la destra lepenista-trumpista in salsa italica di Matteo Salvini e Giorgia Meloni; e una destra, o meglio un centrodestra, tecnocratico, moderato, non antieuropeista.

C’è da dire che con la mossa di oggi – convergere su Alfio Marchini mollando un opaco Guido Bertolaso – Silvio Berlusconi ha ridisegnato la mappa politica. Era il suo “piano B” di cui parlammo giorni e giorni fa.

Se gli andrà bene non sappiamo dire. ma certo adesso per Giorgia Meloni la missione si fa quasi impossibile. Anche perché l’erede della storia della destra romana che fu, dal Msi a Alemanno, somiglia troppo all’ingombrante Salvini (che a Roma proprio idolatrato non è): “Fratelli d’Italia è una copia della Lega”, ha sentenziato qualche giorno fa Gianfranco Fini, uno che di destra se ne intende.

Insomma, senza contrappesi moderati, l’alleanza fascio-leghista appare molto meno competitiva. E se il moderatismo (che a Roma ha una lunga tradizione, quel modo di relazionarsi con la politica in modo non urlato, non conflittuale, un po’ molle) si incarna in un personaggio con un suo appeal come Marchini per i lepenisti alle vongole è un problema.

Con la scelta di oggi il vecchio Berlusconi dice che il suo erede non si chiama Matteo Salvini. O perlomeno che la cosa non è scontata. E comunica l’idea che le carte ce l’ha ancora lui: a Milano il centrodestra è “potabile”, a Roma la deriva lepenista non ci sarà. Non c’è più solo l’opa della Lega sulla destra italiana: rientra in gioco anche quella tecnocratica-moderata di Berlusconi.

Che questa scelta serva poi al leader di Forza Italia per restituire un senso al suo malandato partito è chiaro. Che gli torni utile per avere un buon rapporto con Renzi per faccende legate alle sue aziende è molto probabile. Che gli occorra per rientrare da protagonista nella vita politica è evidente. Ma risulta confermato che al vecchio Silvio le pulsioni lepeniste, autoritarie, antieuropeiste, antiliberali non sono mai andate a genio. Sono fuori dal suo immaginario. Più per ragioni istintive che filosofiche, temiamo. E non senza vistose contraddizioni: l’amicizia con Putin ce la siamo scordata? Però è un fatto che oggi si sia mosso all’attacco di quella destra.

Per lui forse è la prova più difficile: ha battuto sempre i vari competitor della sua area, da Fini a Casini a Follini: ma gli anni sono passati, e Salvini è un giovanotto che incarna una certa aria del tempo. Sfida difficile.

Per questo, adesso a destra c’è un derby tutto da vedere: Marchini, nei sondaggi, è molto dietro la Meloni, ma la situazione può cambiare. E se il costruttore romano saprà caratterizzarsi come il cavallo più competitivo al ballottaggio (sempre che ci arrivi), perché in grado di attrarre voti sia da destra che da sinistra, allora potrebbe prendere più consensi della Meloni già al primo turno.

Se la Meloni oggi non ha motivo di gioire, per converso, a occhio, quella di oggi è una data da cerchiare in rosso per Roberto Giachetti e Virginia Raggi. Ma la strada è ancora lunga, in ogni caso oggi questa strada ha imboccato una traiettoria diversa.

 

Vedi anche

Altri articoli