Le donne non possono accontentarsi di una parità che traballa

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Contro la violenza bisogna accendere la luce sulla parità di genere

Oltre la politica, le donne. Dopo l’assassinio di Sara Di Pietrantonio per mano di Vincenzo Paduano che ha inseguito, strangolato e bruciato la sua ex fidanzata, si è tornati a discutere di violenza contro le donne. Sono giorni in cui il dibattito politico ha rinunciato al suo assolo e moltissime riflessioni si sono concentrate sul tema caldo del femminicidio. Finalmente.

Perché interrogarsi su quanto accade significa rintracciarne le cause, o almeno ipotizzarle. Compiere un primo passo per avere consapevolezza della realtà e per di prevenire il problema. Per provare a combatterlo.

È di oggi l’ultima notizia di violenza sessuale. Un bidello di 53 anni in stato di fermo perché accusato di aver abusato di una ragazza di 16 anni, nella scuola dove lavora, a Ragusa. La vittima è una migrante sbarcata nei mesi scorsi in Sicilia, e accolta in una casa famiglia. A cui, secondo la ricostruzione della polizia, l’uomo avrebbe offerto denaro e gomme da masticare in cambio di rapporti sessuali.

Perfino i social network danno segni di coinvolgimento. Facebook ha annunciato l’arrivo di nuove emoji pensate per esaltare il ruolo delle donne e rappresentare la diversità razziale. Mentre il Consorzio Unicode ha approvato 72 nuove faccine, lanciate nell’etere dal prossimo 21 giugno, fra cui sono previste molte donne e la stilizzazione di una incinta.

In tanti, nel riferirsi al tema della violenza contro le donne, hanno parlato di una questione culturale. Dietro ai soprusi e ai delitti, si annida l’idea di una relazione asimmetrica. Sulla scala immaginaria di un rapporto a due, quindi, l’uomo precederebbe la donna di alcuni passi.

L’incapacità di accettare la fine di un sentimento da parte dell’uomo deriverebbe dalla concezione di una donna reificata, sua proprietà, che deve stare al suo posto e non avanzare pretese.

Eppure riassumere ogni singolo caso di violenza facendo appello al maschilismo, porta con sé il pericolo di una semplificazione. Il controllo ossessivo dell’altra persona, la richiesta perentoria di sapere tutto di lei, divieti, ricatti e minacce reiterati non sono a uso e consumo esclusivo degli uomini.

Credere che le aggressioni dipendano da un unico fattore – il ruolo subalterno della donna in una relazione sentimentale – vuol dire estremizzare.

Non si può non considerare il percorso della singola persona, la sua storia individuale, le tare del carattere e dell’ambiente, perché farlo produce una macro categoria: uomini che odiano le donne. Incapaci di considerare la propria compagnia come paritaria, quindi potenziali aggressori.

Eppure la gelosia patologica, l’assenza di empatia nei confronti dell’altro, l’ignoranza e la ferocia non sono mai state prerogative solo maschili.

Dall’altra parte della medaglia, spunta la semplificazione opposta.

Quella che esclude tout court il fattore culturale dalle probabili cause di una violenza. Esiste il rischio di radicalizzare un pensiero e, allo stesso tempo, quello di estromettere un dato fondamentale dalla discussione.

Il fenomeno della violenza sulle donne dipende da tanti fattori. Ma fra le varie cause in gioco, almeno alcune hanno radici culturali. È su queste che si può e si deve intervenire. In che modo? Lavorare sulle nuove generazioni, ad esempio.

Perché i bambini e i ragazzi hanno la possibilità di non sedimentare su loro stessi pregiudizi e stereotipi di genere. Farlo con determinazione.

Nella riforma della “Buona scuola” varata dal governo esiste il proposito di “promuovere l’educazione alla parità di genere”. Come il Ministro Giannini intenda strutturare questo insegnamento ancora non è chiaro, ma sembra un punto di partenza ideale. Formare la coscienza dei cittadini del domani su questo punto è improrogabile.

Se si pensa che, nel nostro paese, il delitto d’onore è rimasto in vigore fino al 1981, si ha la fotografia di un’accelerazione sorprendente in termini di cultura paritaria. Ma non basta.

Le donne non possono accontentarsi di una parità che ancora traballa. Donne e uomini di buon senso non possono sorvolare sulla brutalità della cronaca. E il monito non può essere l’episodio che non doveva accadere, ma la volontà di fare qualcosa per prevenirlo. Fin dove è possibile, almeno.

Fare luce sulle zone d’ombra che persistono attorno al tema, non smettere di parlarne, avanzare proposte. Dare forma concreta all’educazione della parità di genere nelle scuole. Provare, con ostinazione, a colmare il vuoto culturale che la nostra generazione eredita dalla precedente.

Mia nonna ha esercitato il diritto di voto, a differenza di sua madre. Mia madre si è laureata, a differenza della sua. Non posso pensare di proteggere i miei futuri figli dalla violenza in genere. Ma che si attenuino le matrici culturali che a volte istigano la violenza, questo sì.

Non solo lo spero, lo reclamo.

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