Le donne, la piazza e la scuola

Donne
Un momento al Colosseo della manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne "Non una di Meno", Roma, 26 novembre 2016. ANSA/ ANGELO CARCONI

È vitale in questo tempo che si ricostruisca una partecipazione dal basso, diffusa, che sappia fare rete

È stata una bella sorpresa camminare sabato scorso lungo la manifestazione contro la violenza sulle donne Non una di meno promossa dal Coordinamento Nazionale dei Centri Antiviolenza, dall’Udi e dall’associazione Decido io.

Grazie di cuore alle organizzatrici, alla loro fatica, alla loro intelligenza e generosità. Stupisce che un evento così importante su un tema cruciale della nostra società sia stato così ignorato da parte di tanti media.

Per chi come me ha vissuto tutte le manifestazioni delle donne è stato facile percepire subito qualcosa di inedito tra le persone che sfilavano. Qualcosa che avevamo vissuto per la prima volta in quell’evento che ha fatto storia, la manifestazione “se non ora quando”. Protagoniste erano le giovani, determinate, che avevano convinto i loro coetanei maschi i quali erano presenti. C’erano le giovani ed anche le bambine accompagnate dalle loro madri e sentivi le loro voci che sussurravano «impara, ecco cosa vuol dire questo… ecco chi è quella…». C’erano le donne della mia generazione, forti, resistenti, allegre , determinate con la generosità a difendere le conquiste ottenute con tanta fatica come i centri antiviolenza e la legge 194. C’erano gli uomini. Fatto nuovo e molto importante. C’erano donne anziane, famiglie, collettivi di donne lesbiche, immigrate. Popolo. C’erano tante insegnanti che rivendicavano con gli striscioni il ruolo fondamentale della scuola. Come un Istituto alberghiero di Roma che aveva riunito insegnanti alunne/i , genitori degli alunni/e. Non solo erano in piazza a sfilare ma hanno costituito un luogo permanente di confronto tra di loro. Bello il clima, nessuna contestazione, nessuna rivendicazione ma la determinazione ad esprimere la propria forza, il desiderio di mettere in campo la propria competenza, la scelta di non delegare ad altri le scelte sulle politiche cheriguardanolapropriavita.

Credo sia molto importante questo bisogno di partecipazione politica, questa determinazione a costruire a partire da se stesse e dalle proprie competenze in relazione con le altre proposte, piattaforme relative alla soluzione dei problemi della propria vita e della società: lotta contro la violenza, lavoro, legge 194 etc…

È vitale in questo tempo che si ricostruisca una partecipazione dal basso, diffusa, che sappia fare rete. Come è avvenuto nelle migliori stagioni della politica, è essenziale che i partiti e le istituzioni sappiano ascoltare queste voci, questi pensieri e si costruisca una alleanza tra donne impegnate nella società e donne impegnate nelle istituzioni e nei partiti.

In questa legislatura sono stati adottati provvedimenti importanti per combattere la violenza contro le donne: la Ratifica e il recepimento nel nostro ordinamento della Convenzione di Istanbul, l’inasprimento delle norme penali nei confronti delle molestie sessuali, il congedo dal lavoro per le donne che subisco violenza ora esteso anche alle lavoratrici autonome, le risorse e gli strumenti per sostenere la rete dei centri antiviolenza.

La ministra Elena Boschi sta affrontando con determinazione questo tema. Credo sia importante avere la consapevolezza del valore che ha la Rete dei centri antiviolenza e riconoscere la peculiare competenza che hanno acquisito le donne che da anni dedicano il loro tempo e la loro vita, nel dialogo con la donna che subisce violenza, nel capirne il linguaggio del corpo e dell’anima anche quando non si esprime con le parole, nel fornire presa in carico ed assistenza. Competenze che non si improvvisano, che devono essere trasferite ad altri soggetti istituzionali e ad altre professioni facendosi insegnare da chi quella competenza l’ha inventata e perfezionata con l’esperienza diretta. Queste competenze pertanto devono essere coinvolte nella progettazione delle politiche.

La prevenzione della violenza e la diffusione di una cultura di genere deve diventare parte integrante dei programmi scolastici. Per questo apprezzo molto la norma che prevede la cultura delle pari opportunità, l’educazione alla parità di genere e la prevenzione della violenza di genere nel piano triennale dell’offerta formativa . Mi auguro che norme e strumento vengano previsti per tutelare le donne rifugiate e richiedenti asilo che, come sappiamo soffrono tragiche violenze sessuali. La svolta nella lotta contro la violenza di genere sta nel ruolo degli uomini. È giunta l’ora che gli uomini aprano un dibattito pubblico sulle ragioni che inducono tanti loro simili a violentare le mogli, le donne con cui sono in relazione affettiva. Affrontino la questione di quanta e quale cultura patriarcale e proprietaria resiste nel nostro paese e si impegnino in un dialogo e in una battaglia culturale per cambiare l’identità maschile.

Mi auguro che proprio le giovani classi dirigenti del nostro paese sentano la responsabilità di promuovere questa innovazione, questa svolta culturale, diano l’esempio e chiamino in causa intellettuali, operatori dei media, singoli cittadini. Insomma, donne e uomini insieme, ciascuno faccia la loro parte. Altrimenti la partecipazione alle manifestazioni da parte degli uomini resta un fatto importante che si riduce però ad episodio. Con gli episodi non si cambia la vita, la società, il paese. I cambiamenti, lo sappiamo, richiedono costanza, coerenza, parole giuste, esempi concreti. Prendiamo forza dalla manifestazione di sabato che ci ha trasmesso un messaggio forte di fiducia, vitalità e speranza. Per andare avanti con determinazione.

 

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