Le donne in campo per la pace e la sicurezza, nasce l’antenna Italiana di Women in International Security

Donne
epa04882055 Refugees reportedly being from Syria, among them women and children, coming across the Turkish coastline in a rubber dinghy disembark illegally on the coast of Skala Sykamias on Lesbos island, North Aegean Sea, Greece, 13 August 2015. According to the Greek coast guard, the number of migrants who have entered Lesbos island by sea in the last three days had reached already about 2,000 people. Refugees on the so-called Balkan route arrive on European soil from Turkey, often on Greek islands such as Chios, Samos and Lesbos.  EPA/KATIA CHRISTODOULOU

E’ necessario un ribaltamento del paradigma che veda la donna non più come vittima e bersaglio passivo dei conflitti, ma come soggetto attivo nella risoluzione di essi.

Serve una soluzione politica di fronte alla crescente instabilità nel Mediterraneo. Serve in particolare per rispondere alle crisi in Libia e in Siria, stati fragili e frammentati, facile terreno per la radicalizzazione. La soluzione politica consiste nel lavorare insieme alle popolazioni locali, con l’obiettivo di ricostruire un tessuto di convivenza civile. Un obiettivo per il quale il contributo delle donne è imprescindibile. 
Spesso, infatti, sono le donne il cardine dell’organizzazione sociale. Madri, mogli, figlie, sorelle e, sopra ogni cosa, cittadine, ogni giorno, nonostante le perdite, la devastazione e la violenza, lottano per tenere insieme i pezzi di un paese distrutto e garantire una speranza ai propri figli. Sono un fulcro di resilienza in sistemi dove questa è messa alla prova. E sono il punto da cui ripartire per ricostruire, riconoscendone l’importanza del ruolo, e integrandole appieno nelle strategie internazionali di state- e peace-building. 

Tradizionalmente, siamo portati ad immaginare che le donne nei contesti di guerra possano solo esserne vittime. E non vi è dubbio che ne siano sempre le più duramente colpite. Secondo le stime di Amnesty oltre il 70% delle vittime di guerra, così come l’80% dei profughi che scappano dai conflitti, sono donne e bambini. A ciò si aggiunge che sono oggetto di forme specifiche di violenza e di ricatto legati al genere. Il terrorismo di matrice islamista, nel distruggere i principi universali di convivenza, punta proprio a distruggere l’uguaglianza di genere. Oltre duemila è il numero stimato delle ragazze e donne rapite dal gruppo jihadista nigeriano Boko Haram dall’inizio del 2014, spesso per sottrarle ad ogni opportunità di educazione. In Iraq, al culmine delle violenze del 2006-2007, ogni giorno venivano rapite, violentate ed uccise. Oggi, con l’avanzata di Daesh e con la ripresa dei conflitti settari, le donne sono tornate ad essere il bersaglio di forme di violenza sessuale e di una schiavitù odiosa, perché legata al ruolo di sfruttamento sessuale. Le più colpite dall’odio cieco di Daesh, oltre alle più di tremila giovani donne conosciute come “le schiave dell’Isis”, sono state le donne rimaste vedove e sfollate, secondo alcune stime almeno un milione e seicentomila. 

Così, la violenza sessuale e psicologica sulle donne, non è un effetto collaterale di un conflitto, ma ne è parte integrante ed ha lo scopo di umiliare e distruggere intere comunità.  Esempio tra tanti, le diciannove donne giustiziate quest’estate a Mosul dagli uomini del Califfato Islamico perché si erano opposte alla pratica della “jihad sessuale”. E per non guardare soltanto al Daesh, sempre in Siria, secondo un rapporto del Middle East Monitor, delle circa seidicimila persone uccise dalle forze governative quest’anno, circa il 40% delle vittime sono donne e bambini. 
Il quadro è dunque raccapricciante. Ci dice che dobbiamo fare di più per proteggerle, ma ci dice soprattutto che dobbiamo lavorare per capovolgere il paradigma: la donna non più come vittima e bersaglio passivo dei conflitti, ma come soggetto attivo nella risoluzione di essi.
Sono molti i richiami internazionali in questo senso. Primo tra tutti la risoluzione ONU 1325 del 2000 che invoca “il principio di “partecipazione paritetica e del pieno intervento in ogni sforzo di mantenimento e promozione della pace e della sicurezza”. Fino adesso, tale risoluzione non ha però trovato attuazione pratica, e le donne sono di fatto tagliate fuori dal processo di prevenzione e risoluzione dei conflitti, così come da programmi strutturati di de-radicalizzazione interni alle comunità islamiche.  Nelle missioni di pace civile organizzate nell’ambito della politica europea di sicurezza e di difesa, quasi 9 lavoratori su 10 sono uomini e, negli ultimi due anni, solo il 10 – 16% del personale nelle operazioni di peacekeeping dell’Unione Europa è donna. 

Così, proprio per affrontare questi temi nasce l’antenna italiana di Women in International Security (WIIS), la prima organizzazione al mondo che lega i temi di gender e security e mira a promuovere la leadership e lo sviluppo professionale delle donne nel campo della pace e della sicurezza internazionali.  WIIS sponsorizza programmi di formazione della leadership femminile e attività di tutoraggio, promuovendo la creazione di una rete di contatti a livello nazionale e internazionale; sostiene progetti di ricerca e organizza eventi su temi di attualità politica e di sicurezza internazionale, con un particolare focus sull’agenda  Donne, Pace e Sicurezza delle Nazioni Unite.  
La ricerca di una soluzione per stabilizzare le  aree di conflitto, impone che nessuno strumento resti inutilizzato.  A partire dal processo politico di pacificazione che le Nazioni Unite stanno faticosamente cercando di costruire per la Siria e per Libia, le donne devono essere considerate parte di diritto per l’individuazione di nuove soluzioni e nuove strade volte alla ricostruzione del tessuto politico e sociale di cui esse sono da sempre protagoniste. 
Non è pensabile che metà della popolazione mondiale sia esclusa dai processi di costruzione della sicurezza, soprattutto a fronte del ruolo fondamentale delle donne nel processo di ricostruzione del tessuto sociale, così come nei processi di de-radicalizzazione delle comunità islamiche.
WIIS-Italia, il cui programma di lavoro verrà presentato nel corso di una conferenza giovedì 10 marzo al Senato, aperto dalla ministra Roberta Pinotti (Qui il programma), si propone così di offrire un ulteriore strumento di risoluzione delle aree di conflitto, colmando la distanza tra aree tematiche (sicurezza tradizionale e sicurezza umana) e tra ambiti di attività (accademico, professionale, policy maker), curando anche l’aspetto inter-generazionale, che è uno dei punti di maggior forza del network WIIS in tutto il mondo.

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