Le brutte cartoline di Parigi. L’ultimo allarme rosso nella giornata dell’ambiente

Francia
Parigi Maltempo: piena Senna ha raggiunto i sei metri ++

Uno strano scherzo del destino la fa coincidere con l’emergenza nella città che ha ospitato il Vertice della Terra dove è stato firmato l’Accordo sul clima inseguito per trent’anni

Oggi sapremo se almeno Parigi potrà archiviare l’incubo della “grande crue” della Senna. Da tre giorni, come è accaduto dopo a prima alluvione mediatica che sconvolse e mobilitò il mondo, quella di Firenze del 4 novembre del 1966, e in tanti, troppi altri eventi drammatici, ci sentiamo tutti parigini. Il fiume di Renoir e Monet è come se stesse mettendo a rischio anche un pezzo di noi stessi, dell’umanità intera. Rifletteva Ted Kennedy, dopo aver visto, alla luce delle candele e nei sotterranei allagati della Biblioteca Nazionale fiorentina, gli angeli del fango accorsi da ogni parte del mondo al lavoro per mettere in salvo un patrimonio immenso di libri e documenti storici: «Era come se sapessero che l’alluvione stava mettendo a rischio la loro anima. Mi fecero venire in mente la giovane popolazione degli Stati Uniti che rispose con la stessa determinazione quando vennero coinvolti nel movimento per i diritti umani». La nostra identità è anche nei tesori del Louvre e del Musée d’Orsay che con una corsa contro il tempo sono stati messi al sicuro.

Capita, può capitare, purtroppo faremo ancora i conti con grandi piene in Francia o da noi o altrove. La lezione che arriva da Parigi e dalle altre città europee nell’acqua e nel fango, è anche un’altra. In Italia avremmo contato, ad evento in corso, anche i danni di un nubifragio di polemiche, condanne senza appello, insulti e sciacallaggi di fake e troll del fantastico mondo social contro qualsiasi responsabile pro tempore. In questi casi e quelle ore, invece, non c’è colore politico, non ci può essere, tutti hanno l’obblig o di infilarsi gli stivali di gomma e mettersi al lavoro per salvare vite e beni universali. Poi si faranno i conti, li faranno a Parigi per capire se la piena giovedì è stata sottovalutata , e figuriamoci se non si fanno in un Paese come il nostro dove le eredità dei disastri sono ben distribuite nei decenni e milioni di italiani non sono esenti da colpe. C’è sempre tempo per stilare l’elenco delle omissioni e delle carenze, ma l’obbligo etico nelle emergenze è stare accanto a chi porta il peso di una qualche responsabilità, siano dei nostri o dei loro o di chissà chi. È la lezione che dovremmo imparare a futura memoria. Fa la differenza tra chi chiacchiera e insulta e chi si rimbocca le maniche.

L’alluvione di Parigi è la brutta cartolina di questo 5 giugno dedicato dal 1972 alla Giornata Mondiale dell’A m b i e n te. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite impegna questo giorno alla riflessione su tutto ciò che di naturale ci circonda. Uno strano scherzo del destino, lo fa cadere con l’emergenza nella città che ha ospitato l’ultimo vertice della Terra che ha visto la firma sul miracoloso Accordo sul clima (12 dicembre 2015), inutilmente promesso e inseguito per t re n t ’anni. Non è la prima volta che la Senna salta dagli argini e invade le rive di Parigi. Le grandi piene non si contano nemmeno nella capitale francese, pur essendo stato il fiume arginato in città. Come testimonial c’è l’alluvione «formidable» del 1910 che dal 21 al 30 di gennaio costrinse a muoversi in barca i parigini fino agli Champ Élysées, ci sono quelle del 1924, 1955, 1982, 1995 e c’è quella di oggi che i quattro grandi bacini di laminazione non sono riusciti del tutto a conte n e re.

È però un campanello d’allarme, l’ennesimo sulla necessità di difese e prevenzione dagli effetti che possono rivelarsi catastrofici dei cambiamenti climatici. Il clima brucia ormai da due decenni un record via l’altro con anni e mesi sempre più caldi di sempre, con l’esplosione a terra di fenomeni meteo improvvisi e violenti, con inondazioni, uragani, cicloni, violente grandinate e il loro corredo di frane e il loro rovescio della medaglia della siccità e delle bolle di calore (con i soliti criminali impuniti che, come nei giorni scorsi a Pantelleria, appiccano incendi distruttivi). Il dissesto atmosferico è un dato scientifico certo, è il prodotto del pompaggio di quantità di gas serra che mette l’umanità di fronte a pericoli che allarmavano fino a ieri solo botanici, biologi, geologi, climatologi, ecologisti. Oggi allarmano le governance internazionali e soprattutto gli economisti, con il paradosso della finanza globale che parla ormai la stessa lingua degli indignados più accaniti. Per il cinico e venale motivo che le catastrofi climatiche presentano alla fine un conto salatissimo (il costo economico dell’alluvione di Parigi è di diverse centinaia di milioni, senza contare quello irreparabile delle vittime). Il global warming è la variabile economica che ingoia ingenti capitali, mette in ginocchio compagnie di assicurazione e intere economie locali, provoca povertà e devastazioni, fame ed esodi biblici di milioni di disperati profughi ambientali.

Gli scienziati  ci spiegavano che “i tempi biologici e i tempi storici seguono ritmi diversi”, ma in soli 150 anni di storia industriale basata sullo sfruttamento delle energie fossili, un flash nella storia biologica del pianeta, l’escalation della manomissione dell’ambiente e dell’atmosfera ci ha messo di fronte a fenomeni che da estremi sono oggi diventati ordinari. I danni sono quasi sempre direttamente proporzionali alla carenza o all’assenza o al ritardo di opere strutturali di difesa e prevenzione, ad uno sviluppo urbanistico irrazionale, allo sfruttamento dei fiumi e del suolo, alla impreparazione, alla bassa coscienza dei rischi e della prevenzione. La natura non aspetta. Anche attraverso un fiume, sa essere brutale e spietata, colpisce da sempre e lo farà sempre facendo recuperare all’acqua i suoi spazi perduti. Lo abbiamo capito a nostre spese noi italiani. Basta guardare al nostro primato in perdite di vite umane e in danni economici da alluvioni e frane tra il 1945 e il 2015: 4419 località colpite distribuite in 2458 comuni e in tutte le regioni dove hanno causato 5455 morti, 98 dispersi, e 3,5 miliardi in risarcimenti e riparazione dei danni ogni anno dal dopoguerra.

Oggi, satelliti, stazioni a terra, strumenti su aerei e navi, sensori piazzati ovunque fanno confluire in tempo reale nei centri di produzione delle previsioni un insieme impressionate di dati condivisi. Lo sviluppo di modelli numerici avanzati e potenti supercalcolatori elettronici creano modelli climatici e un quadro chiaro dei rischi e delle problematiche che potremmo subire in futuro. Ma il problema da risolvere è nella difesa delle nostre città e nell’accelerazione del percorso delineato a Parigi, con gli accordi per la riduzione delle emissioni di gas serra e la decarbonizzazione delle economie. È un impegno preso su scala mondiale. È l’impegno preso, sin dall’inizio, dal nostro governo che ha cambiato format e filosofia passando dall’inseguire le catastrofi e contare eventi e danni e vittime alla loro prevenzione strutturale. Il tempo per correre ai ripari c’è, non scade. Crea anche opportunità nuove, spazi di crescita e lavoro. E c’è anche la sfida nella sfida, ancora più interessante per noi italiani: riuscire finalmente a fare di questo tema non più un elemento di divisione ma di coesione del Paese.

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