Lavoro, una svolta costruita sugli 80 euro e sul jobs act

Governo
Il responsabile economico del Pd, Filippo Taddei, durante il suo intervento in occasione della tavola rotonda su 'Lavoro e lavori al tempo del Jobs Act', alla Casa del Jazz, Roma, 24 febbraio 2015. ANSA / MAURIZIO BRAMBATTI

Il bonus degli 80 euro no fu solo un atto redistributivo, fu un messaggio generale al paese sul valore del lavoro

I n politica, a ben pensarci, farsi carico del rischio generale è la maggiore responsabilità che una forza politica possa assumersi. Questa è ancora oggi la principale differenza tra il PD e le altre forze politiche: la capacità di assumersi le responsabilità di scelte, anche controverse, in cui si rischia il proprio capitale politico sull’altare dell’interesse del paese. Un impegno di questo tipo non sarebbe valso nulla se non fosse stato accompagnato da una strategia. Quella strategia è fatta di scelte di governo che oggi possiamo valutare nella loro complessità. Il 2014 è stato l’anno della svolta politica, una politica fatta di scelte e non di affermazioni di principio. Tra le molte scelte, vorrei concentrarmi su quella che rappresenta il salto culturale: la riduzione delle tasse sul lavoro attraverso il cosiddetto bonus 80 Euro. Il nostro paese aveva sempre affermato la centralità del lavoro, tranne poi dimenticarlo ogni volta che pensava a come far pagare le tasse. Non a caso il primo provvedimento del PD al Governo con Matteo Renzi era stata quella forte scelta di riduzione fiscale – il bonus degli 80 euro.

Questo provvedimento, che comportava un taglio delle tasse su 10 milioni di lavoratori dipendenti italiani, fu accolto da un misto di scetticismo ed ironia. Non voglio qui discutere la sua efficacia nel sostenere la domanda interna, per altro una efficacia confermata in vari studi indipendenti. Voglio ricordare quanto era importante fare una scelta concreta di restituzione fiscale ai lavoratori italiani. Molti si affrettarono a dire che il bonus era un “regalo” tradendo un pregiudizio insito nella cultura di una parte della sinistra italiana: la riduzione delle tasse veniva vista come una concessione, un regalo appunto, da parte dello Stato ai lavoratori quando è vero esattamente il contrario. È il lavoro che crea valore ed è l’amministrazione pubblica a compartecipare di quel valore attraverso le tasse. Se le tasse calano senza ridurre lo stato sociale – la missione del PD, allora il valore rimane maggiormente dove viene creato, cioè nel lavoro. Questa non è una elargizione ma una restitutizione ai legittimi proprietari, i lavoratori italiani.

Quel provvedimento non fu quindi solo un atto redistributivo, fu un messaggio generale al paese sul valore del lavoro. Quel messaggio, sulla centralità del lavoro, era la base culturale per le scelte che la riduzione del costo del lavoro stabile che la stabilità 2014 avrebbe introdotto– con la riduzione dell’IRAP e la decontribuzione per i neo assunti – ed era il sostegno per la riforma del mercato del lavoro che sarebbe avvenuta nel 2015. La riforma del mercato del lavoro è stata infatti la più grande prova di cambiamento per il PD. Spinta da una decisione della Direzione Nazionale del 28 settembre 2014, una legge delega approvata il 12 dicembre portava a compimento una riforma complessiva del mercato del lavoro il 23 settembre 2015.

Le date sono importanti: il PD aveva sempre promesso, quando non era responsabile per il governo, che avrebbe cambiato tutto nel mercato del lavoro, dai contratti agli ammortizzatori sociali e alle politiche attive. Nel 2015 l’abbiamo fatto in 9 mesi. Era una promessa storica che la sinistra italiana aveva fatto negli anni in cui il mercato del lavoro diventava sempre più duale e discriminatorio. Era il momento di mantenerla. Non solo per questo ma anche per questo, il 2015 è stato l’anno della svolta economica: la crescita è tornata, i posti di lavoro sono cresciuti tra 91mila e 110mila, il lavoro a tempo indeterminato è tornato ad affermarsi ad una velocità non vista prima, con più di mezzo milione di contratti a tempo indeterminato aggiuntivi, e la produzione industriale era anch’essa tornata ad aumentare dell’1%. Era la prima crescita dopo la più luinga recessione del dopoguerra. Oggi nel 2016 il nostro paese non si è solo rimesso in moto ma lo ha fatto in una direzione di giustizia.

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