La Terza via è davvero una stagione ormai chiusa?

Economia
Foto Ansa / Daniele Mascolo

Reichlin: “la Terza Via ha restituito alla sinistra la capacità di rivolgersi al paese intero”

Alcuni dirigenti PD, protagonisti nella scena politica degli ultimi vent’anni, sostengono che la stagione di riforme inaugurate dai partiti di sinistra negli anni ’90, note come Terza Via, sia un capitolo chiuso, se non una strategia da rovesciare. Secondo D’Alema, ad esempio, sarebbe giunto il momento di aumentare la crescita economica e di correggere le diseguaglianze sociali.
Ma è vero che le politiche di Balir e Clinton, poi adottate anche in Germania da Schroeder e dai socialdemocratici del Nord Europa, sono inadeguate ad affrontare queste sfide?
Il rovesciamento della Terza Via è oggi invocato con l’argomento che sia necessario un ritorno allo Stato, dopo eccessi di liberismo. Se un ripensamento sul ruolo dello Stato e delle politiche pubbliche fosse solo il richiamo a investire di più in infrastrutture o stimolare la domanda interna, saremmo nel campo dell’ovvio. Tuttavia, la crescita non si fa solo con la spesa e le ispirazioni ideali della stagione di riforme della sinistra europea degli anni ’90 non può essere ridotta alle politiche congiunturali. In realtà, la Terza Via ha posto al centro dell’agenda il rinnovamento delle politiche pubbliche per accrescere l’occupazione, la qualità dei servizi e le competenze. Quelle politiche furono principalmente una risposta necessaria alla crisi del welfare europeo del dopoguerra e alla globalizzazione. Le idee forza sono valide oggi come ieri: la protezione del lavoratore più che del posto di lavoro, lo scambio tra flessibilità e sicurezza sociale, l’erogazione di sussidi condizionati a comportamenti virtuosi, incentivi e penalizzazioni nell’amministrazione pubblica, maggiore concorrenza nei servizi di pubblica utilità e, in generale, più libertà di scelta ai cittadini.
Da un punto di vista politico, la Terza Via ha restituito alla sinistra la capacità di rivolgersi al paese intero, liberandosi da un rapporto troppo simbiotico con i sindacati e riportando questi ultimi al loro ruolo naturale, cioè la difesa degli interessi dei lavoratori. L’idea che un ritorno al passato (la sinistra degli anni ’70) possa consentirci di affrontare meglio il problema delle disuguaglianze è pericoloso. Un approccio puramente laburista alla disuguaglianza ha il risultato di appiattire i salari dei lavoratori protetti, con effetti spesso perversi sulla produttività, al prezzo di aumentare le disuguaglianze “reali” che derivano da disoccupazione, microimprese, precariato e lavoro autonomo. Le economie dei paesi avanzati sono sempre più lontane dal modello fordista degli anni ’60 e lo Stato Sociale deve adeguarsi a questi mutamenti.

Anche la stagione dell’Ulivo, di cui D’Alema è stato un protagonista, è un prodotto del rinnovamento della sinistra generato dalle idee della Terza Via, e a quella stagione va riconosciuto il merito di aver portato l’Italia fuori dal precipizio causato delle politiche irresponsabili degli anni ’70-‘80. La riforma Treu del mercato del lavoro ha aumentato l’occupazione, le privatizzazioni di alcune industrie di Stato hanno frenato il flusso ininterrotto di denaro pubblico a copertura di perdite insanabili, la riforma delle pensioni ha stabilizzato la spesa previdenziale e aumentato la partecipazione al mercato dei lavoratori tra i 55 e i 60 anni. Fu aperto, allora, un grande cantiere (scritto in parte nel rapporto della commissione Onofri del 1997) che è necessario completare. Solo da queste premesse si può partire per avere un paese più giusto e un’economia più solida.
Naturalmente, ciò non significa che tutte le politiche prodotte dalla Terza Via siano state giuste, e vale la pena chiedersi perché quel modello non sia più vincente in molti paesi europei. Molti ritengono, con ottimi argomenti, che i protagonisti della Terza Via abbiano sopravvalutato la capacità di autoregolazione dei mercati e ignorato gli squilibri finanziari che avrebbero poi portato alla crisi del 2008. Detto questo, però, occorre sfuggire alla tentazione di un ritorno puro e semplice alla gestione pubblica. Come sappiamo bene noi italiani, quest’ultima ha dato un contributo decisivo al dilagare di sprechi e distorsioni.

Più in generale, la liberalizzazione dei mercati non coincide necessariamente con la mancanza di regolazione. In realtà, è proprio la ritirata dello Stato dalla gestione diretta dell’economia che consente agli operatori pubblici di svolgere al meglio la propria funzione di regolatori, senza conflitti d’interesse e con maggiore coraggio. Molte scelte dei partiti della sinistra liberale negli anni ’90 si sono rivelate errate o ingenue, prime fra tutte la mancata comprensione delle trasformazioni nel mercato finanziario degli ultimi venti anni, cioè lo spostamento della finanza fuori dai mercati tradizionali, o l’impatto sociale delle migrazioni e della globalizzazione. Ma le idee di fondo sono valide ancora oggi, specialmente in Italia, dove tante riforme necessarie per modernizzare il paese sono ancora incompiute, a cominciare dagli ammortizzatori sociali e dal sistema d’istruzione. Se, invece, il rigetto della Terza Via fosse solo un espediente tattico per raccogliere più voti a sinistra, si commetterebbe un errore politico. La ragione per cui la sinistra italiana non è riuscita a essere maggioranza negli anni ’90 e nel primo decennio di questo secolo è che non ha dato sufficiente ascolto a una massa crescente di elettori che non si sentono rappresentati dalle vecchie organizzazioni politiche e sociali.

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