Lavoro, molto dipende dai prossimi contratti

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Il 2016 dovrà essere l’anno per rendere pienamente operative queste riforme, sia le norme di legge sia i molteplici decreti attuativi lodevolmente approvati in tempi rapidi

Il 2015 è stato l’anno delle riforme del lavoro: non solo della riforma del lavoro privato, ma anche di quella dell’impiego pubblico. Entrambe contengono un insieme di misure organiche che modificano gli equilibri tradizionali del nostro sistema. Nel settore privato il Jobs Act completa i tratti essenziali del sistema di flessicurezza da anni perseguito in Europa e anche dai nostri governi di centrosinistra negli anni passati. Il completamento riguarda tre aspetti principali: le flessibilità nei contratti a termine e nella gestione del rapporto di lavoro, l’incentivazione dei contratti a tempo indeterminato e su un altro lato la estensione universale degli ammortizzatori sociali. Nell’impiego pubblico si introducono misure di semplificazione nella gestione dei rapporti, nelle procedure di mobilità e anche di licenziamento,rafforzando gli strumenti di valutazione del personale, valorizzando il ruolo e la responsabilità della dirigenza.

Il 2016 dovrà essere l’anno per rendere pienamente operative queste riforme, sia le norme di legge sia i molteplici decreti attuativi lodevolmente approvati in tempi rapidi. L’implementazione è un’opera meno immediatamente visibile della approvazione delle norme ,ma è essenziale perché i cittadini sentano i benefici delle riforme. In quest’ opera l’Italia è sempre stata debole, come ci rimprovera l’Europa, e anche la nostra opinione pubblica.

La responsabilità per una buona implementazione è in parte dei poteri pubblici: Stato, enti locali e soprattutto pubbliche amministrazioni che sono decisive per attuare tutte le riforme, non solo quelle del lavoro. Nel caso nostro un ambito dove la efficienza applicativa è essenziale riguarda le politiche attive del lavoro. Rendere più efficienti tali politiche è una sfida centrale della riforma non solo per evitare che gli ammortizzatori sociali degenerino in forme assistenziali inutilmente costose, come è stato spesso in passato, ma anche per massimizzare gli effetti occupazionali della crescita, aiutando che è senza lavoro, specie i giovani, o lo ha perso, a cogliere tutte le opportunità di occupazione, con l’orientamento, con percorsi mirati di accompagnamento e di riqualificazione professionale.

Ma la responsabilità per una efficiente attuazione delle riforme del lavoro riguarda,oltre ai poteri pubblici, anche le parti sociali, imprese, sindacati e lavoratori. Il governo ha superato le forme tradizionali della concertazione, ma il Jobs Act lascia ampi spazi alle parti sociali per dare seguito e per integrare le norme legislative. Da come questi spazi saranno riempiti dipende molto del successo della riforma, e anche della credibilità delle parti sociali.

La stagione dei rinnovi contrattuali è un’occasione da non perdere. I contratti collettivi nazionali, per dimostrare che sono ancora utili, dovranno ridisegnare il quadro delle regole per adeguarle alla nuova normativa e migliorarne la applicazione. Spetterà sopratutto alla contrattazione aziendale gestire le nuove regole nelle diverse realtà dei rapporti di lavoro. Faccio due esempi fra i tanti. In tema di mansioni i contratti nazionali sono chiamati a modificare i sistemi di inquadramento vecchi di decenni. Si tratta, in negativo, di superare caselle categoriali spesso rigide e non più rispondenti agli attuali contenuti del lavoro e delle professioni; e, in positivo, di disegnare percorsi e definire criteri di valutazione del lavoro più corrispondenti alle effettive professionalità e più utili a promuoverne la crescita e la evoluzione. Anche in tema di orari i contratti sono sfidati dalla nuova legge ad aggiornare le regole. Non si tratta di superare l’orario di lavoro, anche se il metro tradizionale dell’orario sta diventando meno utile per misurare il valore del lavoro di molti dipendenti e collaboratori ,che le nuove tecnologie permettono di svicolare in tutto o in parte dai limiti storici di luogo e di tempo della prestazione. Servono invece sistemi di valutazione del lavoro e dei suoi contributi più complessi; come servono orari più flessibili e personalizzati capaci di favorire un migliore equilibrio fra le esigenze delle persone e delle aziende.

Alla contrattazione nazionale spetta ancora una volta di definire le regole di massima e gli schemi di questi orari flessibili, anche valutandoli su base annua come avviene in altri paesi e in alcune nostre esperienze. A livello aziendale andrà concordata l’applicazione di questi schemi di orario, perché siano efficienti e sostenibili. I segnali della nostra economia e dell’occupazione sono incoraggianti, ma incerti. Le prospettive per il 2016 dipendono da molti fattori anche esterni. Ma i segnali positivi avviati dalle riforme del 2015 saranno rafforzati se queste avranno una piena e diffusa applicazione.

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