L’autoassoluzione di Marino è ridicola

Roma
Matteo Orfini esce dal Campidoglio al termine dell'incontro con il sindaco di Roma, Ignazio Marino, 4 dicembre 2014. 
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Il Pd è un partito serio, ha pensato alla città prima che alla convenienza di parte. E non abbiamo paura del voto

Roma aveva e ha miliardi di problemi. Quando quasi un anno fa sono diventato commissario del Pd era stata travolta dallo tsunami Mafia Capitale. I problemi erano sotto gli occhi di tutti: un’amministrazione colpita dall’inchiesta, i romani infuriati per una città che non funzionava, un sistema dei partiti inadeguato. Il Pd romano che non si era accorto di niente e in cui pochi erano disponibili a riconoscere l’esistenza di un problema. Anzi, la reazione più diffusa era alzare le sopracciglia e minimizzare la portata dell’inchiesta. Con questa lettura e questi atteggiamenti ho fatto a capocciate da subito, perché erano la dimostrazione che il Pd era parte del problema e non la soluzione. E ho dato a quel partito alcuni obiettivi nuovi, primo tra tutti aiutare Marino. Ho detto che era un baluardo della legalità e che chiederne le dimissioni era la linea della mafia. Vedo che oggi qualche buontempone mi chiede conto di questa dichiarazione. La differenza tra oggi ed allora sta nel lavoro di quest’anno che ci ha consentito di costruire regole e strumenti che hanno messo in sicurezza Roma. Che oggi, come certificato dalla scelta del governo di non sciogliere il Comune, proprio grazie a quegli interventi non è una città mafiosa. Fermarsi prima di averli messi in campo era esattamente quello che i delinquenti speravano avvenisse. E che noi abbiamo impedito. Ma vinta quella partita si è chiusa una fase e serviva un salto di qualità nella capacità di risolvere i problemi quotidiani della città. Gli appassionati ricercatori di vecchi tweet e dichiarazioni non faticheranno a trovarne in cui spiego queste cose.
Aiutare Marino è stato il mio principale obiettivo. Gli ho fatto da scudo umano; ho convinto persone di spessore a venire a dargli una mano, ne ho giustificato inadeguatezze ed errori. Molti di quelli che oggi mi accusano di averlo scaricato, fino a qualche settimana fa mi accusavano di difendere l’indifendibile. Sono convinto di aver fatto bene allora e di aver fatto bene ora. Perché prima di interrompere l’esperienza di una amministrazione scelta dai cittadini, un partito le deve provare tutte. E io le ho provate tutte. Ma c’è un punto oltre il quale non si deve mai andare: se continuare significa danneggiare la città occorre fermarsi. Ed è quello che abbiamo fatto. Perché la perdita di credibilità e autorevolezza del sindaco –di cui solo lui è responsabile- non la possono pagare i cittadini.
Era tutto sbagliato dunque? No, Marino ha fatto cose buone e importanti che gli vanno riconosciute. Ma il racconto autoassolutorio che nel momento dell’addio ha offerto rabbiosamente alla città è semplicemente ridicolo. Perché la vera discontinuità c’è stata dopo mafia capitale, quando in giunta è arrivato Sabella e quando il Pd è stato commissariato. E se a volte siamo arrivati tardi non è stato per responsabilità del Pd. Perché ci sono voluti mesi a cambiare quei dirigenti che dal primo giorno avevo suggerito di cambiare? Perché è dovuto arrivare uno da Torino per accorgersi che per 5 anni in Atac si facevano solo appalti senza gara? Perché oggi siamo costretti a segnalare alla corte dei conti decine di milioni di euro di discutibili somme urgenze fatte nei primi anni di questa consiliatura? Sono solo alcuni esempi. E poi sono arrivati gli ultimi mesi, segnati da una interminabile serie di errori, sottovalutazioni. E bugie. 

Avremmo dovuto continuare nonostante tutto? In questi mesi ho provato a dimostrare che un partito può essere qualcosa di diverso da quello che questa città ha conosciuto. Non è necessario chiudere gli occhi di fronte a errori e comportamenti discutibili solo perché il protagonista è un tuo compagno di partito. In questi mesi non ci siamo fermati mai per “opportunità politica”. Questo ci ha consentito di arrivare prima della magistratura. E’ successo ad Ostia dove la lotta ai clan comincia quando arriviamo io e Esposito, non quando si insedia Marino (anzi è sconcertante che per due anni nessuno si fosse accorto di nulla).

Un partito serio fa così, perché prima pensa all’interesse generale e poi alla convenienza di parte. Questo è il principale insegnamento che viene dalla storia della sinistra italiana e che mai dobbiamo dimenticare.
Ieri questo abbiamo fatto. Non dal notaio, ma in Campidoglio. Si sarebbe potuto discuterne in aula, come avevamo proposto al sindaco. Bastava non ritirare le dimissioni prima e riunire subito il consiglio. Marino non lo ha voluto e non può scaricare altrove anche questa responsabilità. La sua era una esperienza finita e stava a lui prenderne atto e chiuderla responsabilmente. Ha scelto un’altra strada e quella responsabilità se la sono assunta al posto suo i consiglieri del Pd. Che hanno dimostrato coraggio, serietà e amore per la città. Rinunciando al loro seggio hanno consentito di voltare pagina e ripartire. E hanno mostrato che il Pd era unito e consapevole del proprio ruolo, con buona pace dei retroscena creativi di questi giorni.

Qualcuno si lamenta perché ho assunto questa scelta autonomamente, senza discuterne. Mi fecero le stesse critiche quando sciogliemmo Ostia. Se allora avessi messo ai voti quella decisione, non l’avremmo mai assunta. Probabilmente è proprio grazie a quella scelta che Roma ha evitato l’onta dello scioglimento per mafia (lo riconosceva anche Marino, prima di immergersi nella narrazione fantasy di queste ore).
Un commissario serve per questo: assumere quelle decisioni che un partito non è in grado di prendere autonomamente perché ostaggio dei propri problemi. La scelta è stata mia e la rivendico perché l’ho fatta nell’interesse esclusivo della città. Che ora grazie all’impegno del governo e al lavoro del commissario e di chi lo affiancherò potrà ripartire. Ai romani non prometto niente, perché è tempo di fatti. E siamo già al lavoro per realizzarli.

Al mio partito, ai circoli e ai tanti militanti che sono comprensibilmente colpiti da una situazione come questa dico che il lavoro di questi mesi non si fermerà. E che non ho alcuna intenzione di cominciare oggi a fare il commissario come qualche capocorrente vorrebbe, ripristinando caminetti e vecchi riti. Quando ho commissionato a Barca il rapporto, nessuno si aspettava che sarebbe stata una cosa seria. E invece lo era. Quando ne ha presentato i risultati, nessuno si aspettava che ne avrei tenuto conto. E invece i circoli finti oggi sono chiusi. Se qualcuno ha nostalgia del partito di prima, di quello che non si accorgeva di Mafia capitale, che sapeva solo chiudersi nei circoli a litigare, che vincolava le proprie scelte al mantenimento degli equilibri tra le correnti, si rassegni: non tornerà.
Ieri il Pd ha fatto una scelta difficile, ma coraggiosa. Dolorosa, ma indispensabile. Dicevano che saremmo andati avanti in eterno per paura del voto. Non è andata così. Perché un partito che si chiama democratico non ha e mai avrà paura del giudizio degli elettori. A noi sta costruire un progetto vincente intorno a un’idea di cambiamento della città.
E un partito che di questa sfida si faccia interprete.

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