L’asse Trump-Putin fra ideologia e denaro

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Hacker russi si sarebbero intromessi nella campagna per la Casa Bianca in favore del miliardario di destra

L’interferenza di Vladimir Putin nella campagna presidenziale americana – un’interferenza che volge a favore di Donald Trump – è rimasta a oggi sussurrata. Adesso però si fa reale, tangibile. Almeno a sentire Robby Mook, il capo della campagna di Hillary Clinton.

Domenica, ospite a This Week, programma di punta dell’emittente Abc, ha affermato che le email, trafugate, che hanno evidenziato manovre e giochi sporchi ai vertici del Partito democratico per affossare Bernie Sanders sarebbero state passate a Wikileaks da hacker russi, “con l’obiettivo di aiutare Donald Trump”. Proprio alla vigilia della convention del Partito democratico, scosso e imbarazzato da questo pasticcio, che si apre a Philadelphia in queste ore.

Mook, riferisce il New York Times, ha spiegato che a dare sostanza a questa tesi ci sono diverse ricerche, tra cui quelle di CrowdStrike, un’agenzia di sicurezza informatica che lavora per il Democratic National Committee. Gli hacker, si legge sul quotidiano newyorkese, sarebbero legati a due gruppi di pirateria informatica controllati dal Gru, l’intelligence militare russa.

Se così fosse, si giustificherebbe il titolo di un recente articolo apparso sul sito della rivista The Atlantic: It’s Official: Hillary Clinton Is Running Against Vladimir Putin (E’ ufficiale: Hillary Clinton sta correndo contro Vladimir Putin). Lo firma il giornalista Jeffrey Goldberg, ed è un pezzo molto duro, in cui si sostiene che Trump è un “agente de facto di Putin” e che la sua elezione distruggerebbe l’equilibrio mondiale disegnato e amministrato dall’America al termine della seconda guerra mondiale. E questo perché Trump – lo scrive Goldberg, ma lo hanno scritto in tanti – ha una visione organica a quella del presidente russo. Non pensa che la Russia abbia aggredito l’Ucraina, è molto critico nei confronti del concetto di democrazia liberale, mette in dubbio il ruolo della Nato e dice esplicitamente che con il Cremlino instaurerebbe, se eletto presidente, una buona intesa.

Ora, è sempre difficile provare l’identità di chi compie azioni di hackeraggio. Ne consegue che questo intervento russo è tutto da verificare. Certo è, però, che questo strano asse tra Trump e Putin è un tema che da tempo viene investigato e analizzato sulla stampa americana. L’articolo di The Atlantic, per dire, precede di qualche giorno l’accusa mossa da Mook alla Russia. E tanti altri ne sono fioccati.

Sulla Russia, Donald Trump ha una visione del tutto opposta a quella dell’establishment americano in generale e del Partito repubblicano in particolare. Basterà ricordare le continue bastonate verbali inferte dal senatore John McCain a Mosca e al suo revanscismo, così come l’enunciato di Mitt Romney, altro candidato repubblicano alla presidenza, secondo cui la Russia è il principale nemico geopolitico degli Stati Uniti.

Ma quali sono le ragioni del “putinismo” di Trump? C’è l’ingrediente populista e antagonista, che accomuna il candidato repubblicano a molti altri politici che esprimono un sentimento “caldo” verso l’inquilino del Cremlino. E c’è la ricerca di consenso facile, tra chi è frustrato e si sente smarrito in un mondo che va veloce, forse troppo. Ma conta anche il denaro. Il Washington Post ha riportato dei viaggi e dei tentativi compiuti nel corso degli anni da Trump per investire in Russia, oltre a evidenziare che il capo della sua campagna, Paul Manafort, è stato in affari con Oleg Deripaska, uno dei grandi oligarchi russi, ma anche consigliere dell’ex presidente ucraino Viktor Yanukovich, attualmente esule in Russia. Mentre Carter Page, consigliere di politica estera di Trump, ha fornito consulenze a Gazprom. Né Trump, né Manafort, né Page hanno risposto alla richiesta del Washington Post di fornire spiegazioni sui rispettivi rapporti con la Russia. Che «costituiscono elementi sufficienti affinché i legami tra Trump e Putin vengano ulteriormente esaminati», secondo William Kristol, nota firma conservatrice, che sul Weekly Standard, la testata che dirige, ha pubblicato un commento dal titolo inequivocabile – Putin’s Party? – ma con un punto interrogativo finale che appare comunque  molto ragionevoli, in assenza di prove inconfutabili.

Le relazioni pericolose e affaristiche con la Russia hanno riguardato in un passato non troppo lontano anche Hillary Clinton. Quando era segretario di stato, la Clinton Foundation ottenne donazioni rilevanti dalla compagnia canadese Uranium One, colosso mondiale dell’uranio, proprio mentre, tra il 2008 e il 2010, le sue quote e i suoi asset americani passavano mano a mano a Rosatom, azienda controllata dallo Stato russo. L’accusa mossa alla candidata democratica alla presidenza fu che, usando la sua posizione, permise un affare che ha consentito alla Clinton Foundation di finanziare le proprie attività, si apprende da una ricostruzione di Business Insider. La questione ebbe tuttavia una rilevanza non solo privata, clintoniana, ma nazionale, essendo l’uranio un tema sensibile e avendo la Russia rilevato un bel pezzo della filiera americana. In altri termini: fu l’intera amministrazione americana a rendere il Paese esposto al denaro russo.

È possibile, viene da domandarsi, che lo staff della Clinton cavalchi la storia dell’asse Trump-Putin (anche) per non far tornare a galla questa vicenda opaca e tenere a debita distanza la percezione per cui alle fine dei giochi tutti siano un po’ uguali, tutti facciano gli stessi affari, con gli stessi soggetti? Almeno quest’ultima idea non pare reggere, se è vero che la politica estera della Clinton, pur in presenza di questo passaggio particolare, non è mai stata dichiaratamente empatica verso la Russia. Anzi. Quella di Trump lo è, e quel che è peggio, secondo Josh Rogin, columnist di Bloomberg, è che “le posizioni in politica estera del candidato repubblicano sono convenientemente allineate con quelle della sua agenda di business di lungo periodo”.

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