L’arroganza del potere altrui

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L’obiettivo di chi gravita intorno ai leader politici è ormai, da ogni parte, l’apparire come il più fedele tra i fedeli, il più giusto tra i giusti, sapendo di avere le spalle coperte da qualche VIP che sarà pronto a difendere la nostra posizione pur di non perdere consenso

Chiunque oggi si trovi a seguire anche solo minimamente il dibattito politico, si rende conto di come i toni siano esasperati. Con toni non si intende solo la scelta delle parole, spesso eccessive e fuori posto, ma anche, anzi soprattutto, l’arroganza con cui queste parole vengono pronunciate.

Dirigenti, giornalisti o anche semplici militanti che, orbitando intorno a una figura apicale del mondo politico, si fanno forti del potere della persona che servono.  Lo vediamo sui social, dove ogni dibattito diventa, per la stessa natura del mezzo, uno scontro tra fazioni; lo vediamo sui giornali dove lacchè di una parte attaccano lacchè dell’altra parte senza mai offrire un ragionamento, una dialettica che sia rispettosa della complessità del presente.  Questo modo di fare non riguarda solo lo scontro tra partiti diversi, ma ormai è entrato all’interno del dibattito del partito in maniera tanto profonda che un militante come me avrebbe solo voglia di mollare tutto. Si perché il risultato finale è una generalizzata e insopportabile sensazione di stupidità diffusa.

Premetto, a scanso di equivoci, che chi scrive non è mai stato un “renziano” e che non mi riconosco nella minoranza. Come sono solito dire scherzando (ma neanche troppo) il mio capo corrente – così, giusto per identificarmi – è morto 133 anni fa e si chiamava Karl Marx.  Questa divisione comunicativa maggioranza-minoranza non solo è stucchevole, anzi ritengo che, dialetticamente, rappresenti l’essenza stessa del problema…

Si perché entrambi, in qualche modo, anche se inconsapevolmente, si trovano a svalutare il presente attraverso giudizi semplicistici del passato. Dire che chi ci ha preceduto non ha fatto il suo dovere implica, come suggerisce Gramsci, una giustificazione della nullità del presente. Allo stesso tempo il dire “prima era diverso, prima era meglio” rappresenta un errore di per sé in quanto quelle scelte compiute “prima” hanno portato all’ “adesso” che tanto si critica.

Non ho votato Renzi, ma non credo di doverlo osteggiare e abbattere ad ogni costo, ma solo nella misura in cui ritengo che la linea che porta avanti possa essere deleteria per la creazione di una società più giusta e più uguale. Ad ogni modo, questo servilismo dei più si traduce in post, articoli, tweet e dichiarazioni la cui inutilità è paragonabile soltanto alla loro inoppurtunità. Basti vedere i volgari tweet di Rondolino, le reazioni della “minoranza” e gli sfottò della maggioranza. Tutto questo sembra far parte di uno spettacolo che si ripete ogni giorno sempre uguale a se stesso e sempre più stucchevole.

Questo modo di discutere, per cui “i veri una-categoria-a-caso sono quelli che votano sì al referendum” e la risposta “no, ci sono molti veri una-categoria-a-caso che voteranno no” per arrivare al giornalista 1 che dice “sfigati!” e la risposta del giornalista 2 “servo!”… Insomma, questo modo di discutere rende la dirigenza del partito e il partito stesso non solo dannosa, ma, ancora peggio, inutile.

Stessa cosa vale tra noi e il Movimento 5 Stelle per cui, quando ci vengono fatte delle critiche idiote ne facciamo notare, diciamo, la “fallacia” (sempre con la solita stizza). Quando però loro fanno qualcosa per cui in passato ci hanno criticato, noi siamo subito pronti ad intervenire con gli stessi identici argomenti.

L’obiettivo è ormai, da ogni parte, l’apparire come il più fedele tra i fedeli, il più giusto tra i giusti, sapendo di avere le spalle coperte da qualche VIP che sarà pronto a difendere la nostra posizione pur di non perdere consenso.

Il risultato è che chi potrebbe agire parla con le parole di chi non può e chi non può parla con l’arroganza del potere altrui. Quanto ancora potrà andare avanti questa dinamica? Quando i dirigenti dei vari partiti (e soprattutto del nostro) si renderanno conto che avere persone pronte a dare ragione su tutta la linea non servono a nulla e che qualsiasi forma di avanzamento lo si ha nell’obiezione? Quando abbiamo trasformato l’appartenenza a un gruppo in certezza di essere nel giusto? Quando abbiamo trasformato la nostra opinione in strumento per “farci notare”?

Quando è che abbiamo dimenticato il valore del dubbio e, dunque, del rispetto?

 

Dario Corallo è responsabile nazionale Comunicazione dei Giovani Democratici

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