Lampedusa: fiction da servizio pubblico

Immigrazione
c_4_articolo_2003362_upiimagepp

Questa storia, piccola e grandissima, è una metafora per tentare di decifrare cos’è questo lembo di terra nel mare

Sono almeno trent’anni che a Lampedusa i bambini non nascono più. Non esiste una sala parto attrezzata. Così le donne dell’isola, all’ottavo mese di gravidanza, partono verso Palermo, Trapani, Porto Empedocle.

L’ultima piccola che ha visto la luce in questo atollo al centro del Mediterraneo si chiama Gift, dono cioè, figlia di una migrante nigeriana arrivata con un barcone insieme ad altri 760 uomini, donne, minori. Era l’aprile del 2011. Gift è nata grazie a Pietro Bartolo, “u duttori”, che ce l’ha messa tutta perché quel parto difficile, quasi impossibile, finisse con un bel fiocco rosa attaccato all’ingresso del Poliambulatorio dell’isola.

Questa storia, piccola e grandissima, è una metafora per tentare di decifrare cos’è questo lembo di terra nel mare, avamposto della solidarietà in un’Europa smarrita. Una “zattera” di sabbia e salsedine che in perfetta, terribile solitudine ha accolto, sepolto i 368 morti del naufragio- ecatombe nell’ottobre del 2013, ha curato, assistito, spartito quello che aveva con i disperati in fuga.

Ecco, a quest’isola che è un esempio, un rifugio, Rai1 ha dedicato una fiction di due puntate. Si intitola, per l’appunto, Lampedusa, la interpretano due attori bravi e famosi come Claudio Amendola e Carolina Crescentini. Un programma nazionalpopolare nel senso più alto del termine. L’hanno seguito martedì sera 4 milioni 169 mila spettatori, share del 17%. Numeri importanti nelle logiche televisive.

Ma più importante è che l’azienda del servizio pubblico finalmente provi ad uscire dalla letargia civile per narrare un luogo che è archetipo e simbolo di asilo in un’Europa che alza muri e chiude frontiere con il filo spinato. Una fiction, certo, ma che può parlare con immediatezza al ventre del nostro Paese, bombardato da falsi dati e leggende sui migranti, dal veleno della xenofobia, dalla paranoia strumentale degli sciacalli.

Lo stesso Prix Italia, il concorso organizzato dalla Rai che premia i migliori programmi tv e radio di 46 Paesi, in rappresentanza dei cinque Continenti, si svolgerà sull’isola a fine mese «per incrociare la realtà laddove iniziano le storie». Il 3 ottobre, infine, nella giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione, in prima serata su Rai3 verrà trasmesso Fuocammare, il documentario struggente, duro e bellissimo di Gianfranco Rosi che ha vinto l’Orso d’oro a Berlino. Nell’opera di Rosi, che ha dedicato il premio ai 6300 abitanti di Lampedusa e alla loro tenace sindaca Giusi Nicolini, c’è un bambino, Samuele, che gira nella notte con una torcia per cercare gli uccellini sugli alberi. Si dice “luciare” laggiù, nel cuore delle Pelagie. Anche le navi della Capitaneria nel Canale di Sicilia sanno cosa vuol dire “luciare”. Accendono i fari quando arrivano gli Sos dei migranti e vanno in mare, sfidano il buio, illuminano le onde nere per cercare creature disperate, senza fiato. Fare luce. Accendere l’attenzione, le coscienze. Non può bastare una fiction, ovvio, ma è un segno. Un buon segno. Un minuscolo faro sul mare. Nostro e loro.

Continua a leggere

Vedi anche

Altri articoli