L’amore di Travaglio per il carcere. Ma nei paesi civili non funziona così

Il Fattone
Travaglio

Per il direttore del Fatto conta poco se ci sia stata o no una condanna definitiva

A Marco Travaglio non è piaciuto che Luciano Violante e Mattia Feltri (autore di Novantatré. L’anno del terrore di Mani pulite) si siano ritrovati d’accordo nel criticare gli eccessi di Tangentopoli e il “protagonismo della magistratura” che da vent’anni segna la vita pubblica italiana.

Il direttore del Fatto, come un cagnolino di Pavlov, reagisce ogni volta allo stesso modo: i politici sono sempre e comunque colpevoli, la magistratura è sempre e comunque intoccabile. Chi si discosta anche per un attimo da questo schema è, se non un criminale, un complice: e secondo Travaglio la penserebbero così “in tutti i paesi civili”.

Per avvalorare la sua tesi, Travaglio cita l’esempio di Ehud Olmert, l’ex primo ministro israeliano che lunedì scorso “è entrato in carcere per scontare una condanna definitiva di 18 mesi”. La parola-chiave, qui, è “condanna definitiva”.

A partire dal 2006, Olmert è oggetto di numerose inchieste per corruzione, finanziamento illecito e reati analoghi: è interrogato più volte dagli inquirenti, è rinviato a giudizio nel 2008 e poi nel 2009, finché, il 13 maggio 2014, è condannato a 6 anni di prigione e 430.000 dollari di multa. Fino alla sentenza di primo grado, Olmert non ha passato un solo giorno in carcere. In attesa dell’appello, la Corte suprema stabilisce che può tranquillamente restare nella sua casa di Gerusalemme.

Il nuovo processo si conclude il 25 maggio 2015 con una nuova condanna, ma Olmert presenta un nuovo appello perché i capi d’imputazione sono cambiati. Le porte del carcere restano chiuse. Infine, il 29 dicembre dello scorso anno il tribunale lo condanna in via definitiva a 18 mesi per corruzione; il 10 febbraio 2016 si vede inflitto un mese in più per intralcio alla giustizia. E il 15 febbraio entra per la prima volta in carcere.

Nicola Cosentino, ex parlamentare del Pdl ed ex sottosegretario, nel gennaio del 2014 finisce sotto inchiesta della Procura di Napoli per illecita concorrenza ed estorsione aggravata. L’accusa è aver agevolato il clan camorristico dei Casalesi. Il 3 aprile scattano le manette. Il 29 aprile 2015 il gip del Tribunale di Napoli emette una nuova ordinanza di arresto. E a dicembre lo stesso gip nega alla moglie di Cosentino l’autorizzazione a visitare il marito in carcere per il Natale.

Il processo a Cosentino è cominciato lo scorso settembre, diciotto mesi dopo l’arresto. L’ex parlamentare è in carcere da ventidue mesi senza aver subito alcuna condanna. La differenza con Israele, e con “tutti i paesi civili”, è tutta qui.

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