L’ambasciatore che tifa per il Sì

Referendum
Alcuni membri del comitato del si al referendum consegnano le firme in Cassazione a Roma, 14 luglio 2016. ANSA/GIORGIO ONORATI

Da Brunetta a Salvini, da Fratoianni a Meloni, le proteste contro l’ingerenza straniera non si fanno attendere

Per carità, tutto è possibile. In Italia, specialmente. Dovrebbe però esserci un limite da non superare, almeno per i politici. Una soglia oltre la quale il rispetto che si deve anzitutto a se stessi imponga una forma di self-restraint, automoderazione, per non apparire, appunto, ridicoli. Succede che l’ambasciatore degli Stati Uniti in Italia John R. Phillips, partecipando a un convegno dell’Istituto studi americani, afferma che una vittoria del no «sarebbe un passo indietro per gli investimenti stranieri in Italia». Apriti cielo. Da Brunetta a Salvini, da Fratoianni a Meloni, le proteste contro l’ingerenza straniera non si fanno attendere.

Che cosa avrebbe detto di così scandaloso l’ambasciatore? All’evento incentrato sulle relazioni transatlantiche il numero uno di Villa Taverna, analizzando le prospettive di crescita del nostro paese nel quadro internazionale, argomenta così: «Quello che serve all’Italia è la stabilità e le riforme assicurano stabilità, per questo il referendum apre una speranza. Molti ceo (chief executive officer, ndr) di grandi imprese Usa guardano con enorme interesse al referendum. La vittoria del sì sarebbe una speranza per l’Italia, mentre se vincesse il no sarebbe un passo indietro». Ora, non bisogna essere ciechi seguaci di Matteo Renzi né attivisti indemoniati nel comitato Basta un sì, per rendersi conto che un siffatto ragionamento rientra a tutto tondo nel perimetro di una analisi legittima e doverosa: è compito proprio di un ambasciatore straniero analizzare la situazione interna del paese ospite per indicare prospettive di crescita e forme di cooperazione economica, politica e culturale.

Del resto, non è la prima volta che Phillips, noto avvocato per i diritti civili e dei consumatori, espone le proprie considerazioni circa le potenzialità, per esempio, del tessuto produttivo italiano, la ricchezza delle energie imprenditoriali nostrane, la necessità di riformare in modo organico e compiuto il sistema giudiziario al fine di ridurre l’imprevedibilità decisionale e l’inefficienza procedurale dei nostri tribunali. L’ambasciatore americano non passa il tempo ad annaffiare i giardini di Villa Taverna. È un osservatore e uno spirito critico. Può dare consigli e formulare auspici, va da sé che poi gli italiani decidono come credono.

Vale pure la pena di ricordare che, forte della esperienza professionale pregressa negli Usa, Phillips ha appoggiato apertamente la legge, in discussione al Senato, che rafforza il whistleblowing, ovvero il meccanismo di tutela per chi segnala comportamenti illeciti nella pubblica amministrazione. Non risultano rivolte di Salvini&Fratoianni al riguardo. Colpisce che i due si agitino, scompostamente e all’unisono, soltanto ora. Quanto alle intemerate dei lepenisti italiani, gli stessi che sventolano la photo opportunity con Donald Trump e posano ai comizi di Marine Le Pen e corteggiano Mr. Putin alla disperata ricerca di denaro (straniero), ecco, per costoro, vale la massima di cui sopra: esiste un limite al ridicolo, non oltrepassatelo, please. Vi battete per il no? Vogliamo ascoltare i vostri argomenti.

Ma appellarsi all’ingerenza straniera, ci pare davvero troppo. Potete non condividere il pensiero dell’ambasciatore, cionondimeno egli ha il diritto di esprimerlo. Dando voce, peraltro, a gran parte del mondo imprenditoriale e finanziario che, di fronte all’ipotesi della vittoria del no, si pone un unico, pressante, interrogativo: e poi? Che succede il giorno dopo? L’investitore ha bisogno di certezze, e la stabilità di governo non è una minuzia. Che cosa propone l’asse Brunetta-Salvini-Grillo? Mettiamoci pure Bersani, Ingroia e Travaglio. Vi sentireste rassicurati?

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