L’abbraccio alle terre del sisma non si allenti con il venir meno dell’emergenza

Terremoto
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Essere abbandonati è la sensazione più brutta ed è proprio per questo che noi italiani, stavolta, dobbiamo continuare ad accompagnare i cittadini di quelle terre fino a quando i loro paesi non torneranno a risplendere più sicuri, ma belli come prima

Sono stato a L’Aquila prima e dopo il terremoto del 6 Aprile. Ho visto lo splendido gioiello che era ma ho visto anche il risultato della violenza della natura. Ho imparato ad apprezzare veramente la città attraverso i racconti con gli occhi lucidi dei nonni nella tendopoli di Cansatessa. Ho visto com’è crescere in una città fantasma vivendo la quotidianità degli adolescenti aquilani. Ho visto la paura di una notte indimenticabile nei disegni di Nicolas.

Quando il terremoto ti sorprende non hai il tempo di pensare a nulla, è così, in pochi secondi la tua esistenza cambia e sei costretto senza se e senza ma ad aggiungere un nuovo capitolo al tuo libro della vita. Il mattino seguente sei proiettato in una dimensione surreale, senti tante lacrime e troppi “perché”, vaghi per le strade dissestate e credi di essere finito su un altro pianeta, ma quando a sera, nella tendopoli che è la tua nuova casa, ti fermi a pensare, è lì che realizzi. Passano i giorni e la realtà si impone sul tuo cuore come un macigno, sei impotente e puoi solo accettare il tutto. Devi accettare di aver perso la casa, devi accettare che il figlio della vicina non è più uscito da sotto le macerie, devi accettare che sei fragile. Nel disastro più totale, mentre cerchi di riorganizzare le idee però, senti la presenza di persone splendide, inizi a conoscere il vigile del fuoco che di fatto non smonta mai da servizio, scambi due chiacchiere con il volontario della tendopoli, e senti che il Paese ti stringe in un abbraccio.  A L’Aquila è stato così, e in questi giorni Amatrice,  Accumoli, Pescara del Tronto, sono strette nell’abbraccio degli italiani.

Dopo qualche mese da quel 6 Aprile però a L’Aquila l’aria era cambiata, qualcuno era tornato nelle proprie case, altri aspettavano il miracolo di Silvio. Giorno dopo giorno, i riflettori delle emittenti televisive si sono spenti, l’abbraccio dell’Italia si è allentato. Su L’Aquila è sceso il silenzio ed è rimasto il sapore di un abbandono, la sensazione dell’amico che se ne va nel momento peggiore. Ma gli abruzzesi si sa, sono “forti e gentili” e L’Aquila ha imparato a bastarsi, sola si è rimboccata le maniche dopo il grande tradimento e ha vissuto questi sette anni alla ricerca di una normalità che oggi prende la forma di una crepa su una casa o di una gru sull’orizzonte.

Essere abbandonati è la sensazione più brutta ed è proprio per questo che noi italiani, stavolta dobbiamo far si che l’abbraccio alle terre del sisma non si allenti con il venir meno dell’emergenza. Dobbiamo continuare ad accompagnare i cittadini di quelle terre fino a quando i loro paesi non torneranno a risplendere più sicuri ma belli come prima. Lo dobbiamo a chi non c’è più, lo dobbiamo a chi resterà lì a rimboccarsi le maniche, lo dobbiamo agli aquilani che non hanno avuto questa fortuna.

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