Labaro, da borgata a quartiere

Racconti romani
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Vincenzo Pira ci ha mandato questa bella storia

Parallelamente all’inchiesta che sto svolgendo su Roma, “Caput Mundi?”, nella rubrica Racconti Romani (raccontiromani.unita@gmail.com) potete raccontare attraverso brevi testi, video e fotografie la vostra Roma. Mi piacerebbe che la mia inchiesta e le vostre testimonianze potessero diventare una voce corale sulla nostra città. Quindi: scrivete, scrivete, scrivete.

Oggi pubblico la bella storia di Vincenzo Pira: la borgata Labaro. Non solo degrado ma anche vite,luoghi, esperienze. Buona lettura.

 

Labaro da borgata a comunità (di Vincenzo Pira)

Ho girato il mondo prima d’arrivare a Labaro trent’anni fa. Ho vissuto nei mondi più poveri del pianeta, in Brasile, in Mozambico, in Nicaragua, in Siria. Come in un film rivedo il mio arrivo a Labaro e guardo la storia della borgata che mi ha ospitato e fatto crescere i miei figli.

Un film che inizia con una sequenze di foto dal 1943 al 2016 in cui si vede la crescita fisica di una borgata non riconosciuta formalmente che vuole diventare quartiere e comunità.

Labaro, un richiamo alla storia più antica, quando l’imperatore Costantino alza il vessillo di “In hoc Signo Vinces” e bagna di sangue le rocce già rosse della piana del Tevere che costeggia la via Flaminia.

Poi immagini storiche che ripercorrono la nascita dell’insediamento nel territorio : i resti del ponte romano, dimenticato e poco valorizzato, in cui transitava Livia per andare nella sua villa residenziale; il mausoleo tomba Celsa del III secolo, la tenuta agricola Valchetta Cartoni e le famiglie che in essa hanno lavorato e progredito. Poi le fornaci, la diga di Castel Giubileo, il raccordo anulare, la ferrovia Roma Nord, la RAI, il nuovo ospedale Sant’Andrea. Cattedrali in mezzo ad antiche case, nuove chiese, inadeguate strade e viottoli. E poi la gente.

Tante storie raccontate da volti segnati dalla sofferenza e da una mai persa speranza di un domani migliore. Tante piccole storie che vengono sentite per avere una origine, per capire la propria origine e dare valore alla terra in cui si è nati e si vive. “Civus romanus sum” anche a Labaro.

Terra che ha accolto migranti da vicine e lontane sponde.

Prima centinaia di abruzzesi scappati da terremoti e da povertà infame, marchigiani, ciociari e abitanti delle campagne laziali, poi africani, rumeni, peruviani, che scappano da guerre e miseria cercano speranza e lavoro nella città eterna.

Riscoprire la storia della “borgata”, parola che non va lasciata in ostaggio ai luoghi comuni, raccontata solo come posto di emarginazione, di potenziali delinquenti, perché tra le sue pieghe, dentro la sua storia, c’è la storia di una città che da bambina e immatura, è cresciuta e si è fatta adulta.

Perché la borgata in questa città è stata anche il luogo delle dignità conquistate, dell’emancipazione e della lotta, del diritto ad esistere ed essere parte di qualcosa di più grande, la città appunto e l’immagine di quello che deve essere il mondo: una comunità in cui hai bisogno dell’altro per riconoscerti e per rinnovare la tua identità.

“Da borgata a quartiere” è stato scritto nei muri di Labaro e nei programmi del Municipio.

Ora occorre costruire una comunità viva, di spazi vissuti e di socialità che migliori la qualità della vita di noi che vi abitiamo. Non in una periferia ma in una delle tante centralità della città eterna in cui il diritto di cittadinanza è usato per una nuova convivenza in cui i diritti prevalgano sui favori e il riconoscersi come protagonisti di una unica umanità è il suo segno.

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