La verità, vi prego, sulle feste

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Secondo il National Institute of Health le festività rappresentano il periodo dell’anno in cui l’incidenza di stati depressivi e ansiosi subisce un picco improvviso

E se il regno della fiaba e del mistero si avverasse? Si chiedeva Dino Buzzati nei suoi versi. Fiaba è per molti “parola del mese”. Le festività che precedono il nuovo anno, nell’immaginario collettivo, sono la culla perfetta per dondolarsi in questa impressione d’infanzia. Pranzi e cenoni: una zona franca dove i pensieri non passano. La fotografia in negativo, ahinoi, è fornita dai dati del National Institute of Health. Secondo il NIH le festività rappresentano il periodo dell’anno in cui l’incidenza di stati depressivi e ansiosi subisce un picco improvviso. Ospedali e forze di polizia segnalano un aumento di suicidi o tentativi di suicidio. Psichiatri e psicologi testimoniano una crescita della frequenza con cui i pazienti lamentano sintomi di malessere. Stress da festività, in gergo tecnico. Natale e capodanno come occasione ideale per rimuginare sull’inadeguatezza della propria vita. Un mix micidiale fra confronto con le aspettative, bilancio dell’anno trascorso, dolente costrizione a interminabili reunion familiari. E ancora, la pressione economica. Lo scarto fra i veglioni idealizzati dai media e le reali possibilità di spendere soldi per cene e regali.

La sensazione, tuttavia, è che ammettere il disagio resti un tabù. Siamo partecipi di una forzata esibizione di felicità, che stira i sorrisi e scandisce i sospiri. L’idea che il tempo in famiglia debba coincidere con il calore e il senso d’appartenenza, resta un pilastro difficile da smantellare. Anche se le famiglie si evolvono e i giorni di ferie diventano terreno fertile su cui germogliano incomprensioni e rivalse. In Italia, le coppie sposate o di fatto che si separano sono in costante aumento.

L’Istat rivela che negli ultimi 20 anni le separazioni segnano +70,7% e i divorzi sono quasi raddoppiati. Siamo immersi nel fluire di una realtà che non smette di rimodellarsi. Famiglie allargate, mono o plurigenitoriali. E non c’è appello a codice etico che tenga: più i rapporti si sfilacciano, più la convivenza si complica. È naturale, come dovrebbe esserlo ammettere un possibile disagio. Ci avevano insegnato che esiste un solo modo di essere famiglia. Il concetto è stato usurato dal tempo, ma a volte non ci si rassegna. Le festività, laiche o religiose che siano, sono un rito sociale. E come qualsiasi identità comune, anche questa, può collidere con quella individuale. Disfatte le basi della tradizione – recita il proverbio “Natale coi tuoi…” quale dei due, scusa? – a ognuno il compito di rimodellare le proprie attese rispetto a quelle degli altri soggetti in gioco. Ma degli sforzi per accordarsi al ventaglio di obblighi e repressioni che si intensificano con le feste se ne parla poco. Rabbia per come non sono andate le cose, solitudine, delusione, il bisogno di proiettare tutta la colpa fuori da sé, stanno alle festività come le lucine che brillano sulle strade. “La famiglia è una buona scuola per qualsiasi materia”, scriveva Amos Oz. Anche per imparare a diffidare del mito dell’innocenza. E a fare i conti con quel rovescio della medaglia che, per garbo o insicurezza, si tende a omettere. A Natale si è sempre più buoni, sì. Ma anche più fragili?

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