La verità sul biologico

Alimentazione
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Se chi si comporta male è proprio quello che ti aveva promesso che si sarebbe comportato meglio degli altri, le scatole ti girano molto di più

Non è bastato aspettare una decina di giorni. La frustrazione che la puntata di Report sulle frodi nel biologico ha diffuso tra coloro che di biologico si occupano con serietà e onestà è ancora tutta là. Lucio Cavazzoni, presidente di Alce Nero, la più grande impresa italiana del settore, non dosa i termini: «È stata una cosa brutta, che ha diffuso sfiducia e delusione, senza fornire al cittadino strumenti per capire o per distinguere, e senza fare nulla per chiarire che quelle sono frodi, e sicuramente vanno prevenute e se non si riesce vanno punite, ma non è che “il biologico”funziona così».

Siamo alle solite, viene da dire; come ben sa chi si occupa di cultura alimentare e di divulgazione sui temi ad essa collegati, la diffidenza, i commenti scettici, i luoghi comuni che danno il biologico per “impossibile”(perché ci sono le piogge acide, perché c’è l’aria inquinata, perché chi lo sa quei terreni, etc. etc.) sono infinitamente maggiori delle critiche all’agricoltura convenzionale, i cui danni indiretti sull’ambiente e sulla salute sono conclamati, ancorché a norma di legge.

Da un lato è comprensibile la maggior sensibilità: se chi si comporta male è proprio quello che ti aveva promesso che si sarebbe comportato meglio degli altri, le scatole ti girano molto di più… almeno gli altri non ti avevano promesso nulla. Non credi, Lucio?

«Certo, ma qui non è così, non è di questo che si è parlato a Report. Non si è parlato di agricoltori certificati che poi hanno fatto scorrettezze. Si è parlato di grano convenzionale, e magari pure peggiore del convenzionale, che viene truffaldinamente certificato, e poi messo in circolazione dai commercianti. Gli agricoltori biologici non sono gli artefici, ma le prime vittime di operazioni come questa. E i commercianti non possono non sapere che se una partita di grano biologico gli viene offerta alla metà del prezzo di mercato, ci deve essere una truffa. Lo sanno, ma intravedono un profitto e diventano complici di quella truffa, anzi, ne diventano lo strumento principale. I numeri nel biologico contano e sono noti.

Alce Nero, che è uno dei produttori ed esiste da quasi 40 anni fa 6mila tonnellate all’anno di grani bio. L’Italia è ai primi posti della produzione bio in Europa. Se ti offrono una partita da 350mila tonnellate di granaglie diverse dalla Romania, sia pure certificate da qualche ente, non puoi umanamente credere che sia bio. Sai subito che è una truffa e decidi di renderti complice perché lo compri magari a metà del prezzo normale e lo vendi al prezzo del bio vero. Ma la cosa che deve essere chiara è che queste truffe in Italia vengono scoperte, perché i controlli si fanno. Quel grano è in giro per la Germania, probabilmente, ed in Italia ha smesso di arrivare».

Ma la questione dei consorzi che certificano i loro stessi membri, cioè coloro che li finanziano non depone a favore di questa trasparenza, non credi?

«Sì, ma questo è il modo in cui funzionano tutti i consorzi. Anche il Consorzio del Parmigiano Reggiano, per citarne uno a caso, che fa i controlli sui suoi soci, è finanziato dai suoi soci. Funziona così: i consorzi si reggono grazie alle quote dei consorziati, a loro rispondono e su di loro fanno i controlli. Poi ci vorrebbe un controllo superiore, che è quello dello Stato, che è previsto ed obbligatorio, ed è quello che spesso manca.

Nella fattispecie, il caso che solleva Report, quello del Ccpb, che anche noi partecipammo a costituire nel 1985, sei anni prima che uscisse il primo regolamento sul biologico, proprio per darci regole, non esiste nella sostanza. Ci sono 300 imprese, tra piccole e grandi, che partecipano ad un ente che deve fare al meglio il proprio lavoro: ma davvero qualcuno crede che a questo ente si possano chiedere piaceri particolari? Infatti le grandi frodi passano attraverso piccoli enti di certificazione privati, che non hanno responsabilità ed una faccia da metterci».

L’Italia, dunque è un produttore importante, ed è anche un consumatore importante di prodotti biologici. Siamo i primi in Europa per superficie agricola dedicata (circa il 12% della superficie agricola utilizzata totale), le aziende bio sono circa 60 mila e comunque non riusciamo a soddisfare la richiesta, parte del biologico che consumiamo viene importato.

Qualcuno sostiene che non ci sia altra strada, che nel giro di qualche anno tutta l’agricoltura dovrà diventare bio, perché l’attuale sistema non è sostenibile, perché i consumatori sono sempre più attenti e perché i danni di quell’altro modo di produrre si fanno sempre più evidenti. Non può bastare questo pensiero a consolare dopo una trasmissione ingenerosa?

«Guarda, non è stata solo ingenerosa. È stato un cattivo servizio a chi in questo momento opera nel settore, ai consumatori che cercano di capire e anche a quei 10 mila giovani che si prevede entrino nell’agricoltura biologica nei prossimi anni. Sicuramente il mondo del biologico deve ripensarsi e ripensare anche i meccanismi delle certificazioni, andare verso alleanze con i consumatori e con i commercianti stessi, che portino per esempio a certificazioni partecipate. Poi lo Stato deve assolutamente svolgere una attività repressiva verso le frodi, più attiva e capace.

Ma c’è un ruolo di servizio che la tv, specialmente quella pubblica, dovrebbe avere, che non può essere quello di puntare il dito e andarsene, senza considerare né se ha fatto danno né se quel che ha fatto può servire davvero a qualcosa. Purtroppo il mondo del bio è anche un mondo che non ha grandi fonti di comunicazione, deve andare avanti come ha fatto finora, grazie alla reputazione che si costruisce piano, facendo il suo lavoro per bene e fornendo ai cittadini gli strumenti per capire. È un lavoro lento. Mi piace pensare che il nostro mondo sia già abbastanza forte e maturo per non soccombere sotto tempeste di questo tipo, ma ripeto, il nostro è ancora un mondo fragile e con questo tipo di operazioni si finisce per aiutare solo quelli che non vogliono darci spazio, e che di aiuto proprio non ne hanno bisogno».

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