La trivella non porta la spallata

Referendum
Nella foto distribuita dall'ufficio stampa il 31 luglio 2014 la Rainbow Warrior, nave simbolo di Greenpeace, entrata in azione nel mar Adriatico presso la piattaforma petrolifera Rospo Mare B, di proprietà Edison ed Eni.
ANSA/UFFICIO STAMPA GREEN PEACE
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Sconfitto chi voleva dare un colpo a Renzi. Ma domani è un altro giorno

Niente quorum, il referendum sulle trivelle è fallito. Hanno vinto i contrari – cioè gli astensionisti – e hanno perso i promotori. Questo è il primo dato da cui non si può sfuggire, e chi vorrà nascondere questa semplice realtà si coprirà di ridicolo.

Perché non si scappa: al referendum, se vuoi vincere sei tu che devi portare metà del Paese alle urne e ottenere la maggioranza di Sì fra i votanti. Elementare, caro Michele Emiliano and company. Partite da questa semplice verità e poi naturalmente, spiegherete quello che vorrete.

Il referendum è fallito – seppure bisogna avere rispetto per i milioni di italiani che alle urne ci sono andati – perché la stragrande maggioranza del Paese non ha condiviso il quesito referendario, non lo ha capito, non lo ha giudicato di sua competenza, non lo ha percepito come questione fondamentale. E legittimamente non è andata a votare. Una maggioranza di buoni cittadini, esattamente come quelli che sono andati a votare, con buona pace del presidente della Consulta che forse involontariamente ha diviso l’Italia in buoni e cattivi. Bisogna dunque rispettare la maggioranza del Paese e ammettere che questa battaglia, semplicemente, non andava fatta.

Politicamente, poi, ha dato fastidio la strumentalizzazione della vicenda. Non è stata una buona idea – no, amici referendari, non dite che non è così – quella di giocare le trivelle per dare una spallata a Renzi. Non ha funzionato. Non è andata come andò a Craxi con la preferenza unica. Per il futuro tutti i referendari faranno bene ad attenere al merito della questione.

La brigata del Sì, variopinta e composita, non è riuscita a portare alle urne tutti i suoi elettori. Uno smacco.

La destra ha dato un’altra prova di inconsistenza, sostanzialmente disinteressandosi della questione. Per forza. Vi immaginate i piccoli imprenditore leghisti votare contro il petrolio, loro che hanno istinto industriale e quotidiano impatto con la produzione?

I grillini hanno fatto un certo rumore, ma non era il loro referendum. Ambientalisti, i 5 Stelle? Ma se non se ne sono mai occupati. Ne masticano poco. No, loro sono quelli della fantomatica spallata, e dunque i principali sconfitti.

Poi c’è la sinistra, esterna e interna al Pd. Si è cercato di dare un colpo al governo e alla maggioranza del Pd, con un pavloviano riflesso polemico che da tempo purtroppo contrassegna questa area. Purtroppo, diciamo: perché questa sinistra che perde sempre non dà un contributo nemmeno alla propria battaglia. E forse sarebbe l’ora di una qualche riflessione autocritica, da quelle parti, perché si vede ogni giorno che la rottura non paga, e che a fare l’imitazione dei grillini non ci si guadagna niente.

Infine, Renzi e il Pd superano la prova avendo resistito a una campagna molto “cattiva”, specie negli ultimi giorni, finanche nelle ultime ore, svolta con un’aggressività che deve far riflettere: il problema è che il Paese è nervoso come nei momenti peggiori, e che le divisioni sono sempre più nette e pesanti. È un clima che non serve a nessuno. Il Pd, e il suo gruppo dirigente, oggi non ha vinto la guerra, semmai una battaglia, e nemmeno la più importante. Ma l’ha vinta. E domani è un altro giorno.

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