La triste parabola di Sinistra Italiana a rimorchio di Grillo

Politica
Alfredo D'attorre (s) e Arturo Scotto durante l'incontro organizzato per presentare il nuovo gruppo parlamentare "Sinistra Italiana" al teatro Quirino, Roma, 7 novembre 2015.
ANSA/ALESSANDRO DI MEO

La vicenda parlamentare della sfiducia a Boschi conferma la mancanza di strategia e di ambizione del nuovo gruppo

Vedere Sel, o Sinistra Italiana come si chiama adesso, attovagliarsi al tavolino da picnic di Grillo e Salvini proietta una luce malinconica su un partito che si considera, ed è, ancorato ai valori e alle pratiche della sinistra italiana. Non ha alcun senso politico accodare il proprio vagone ad un treno propagandistico peraltro guidato da una macchinista che con gli ideali della sinistra ha veramente poco a che fare come il Dibba. Soprattutto, in mancanza di argomenti di merito forti.

Già, perché il buon Arturo Scotto, il capogruppo di Si, ieri in aula è dovuto ricorrere ad un fantasioso «conflitto d’interessi potenziale» per trovare uno straccio di motivazione che giustificasse il sì alla mozione grillina, una inedita fattispecie giuridica che grida vendetta davanti a qualunque manuale di diritto privato, oltre che al buon senso. Ma non basta: l’ha buttata in politica, Scotto, un pochettino più rozzamente di quanto la sua esperienza politica potesse far supporre: «Non ci agganceremo mai al vagone di un governo che compie scelte sbagliate sul terreno del lavoro e dell’economia. Non è possibile che da due anni e mezzo non si sia ancora cominciato a lavorare alla legge sul conflitto di interessi».

E cosa c’entra la politica economica con il merito della accuse a Boschi? Nulla. Ma il problema di Sinistra italiana va evidentemente oltre la performance di Scotto. Ed è un problema di strategia, cioè il problema eterno dell’analisi e della individuazione dell’avversario principale. I leader di Sinistra italiana non pare si pongano l’obiettivo di crescere, di andare oltre gli angusti limiti del 3-4% (e ringraziassero il cielo che l’Italicum fissa la soglia di sbarramento al 3, quella è stata davvero una norma ad partitum), di superare l’identità di “cespuglio”: in una parola, di diventare “grandi”. Perché se davvero cercasse di andare oltre la logica antica e comoda della testimonianza, di bypassare la mentalità del gruppuscolo, Sinistra italiana andrebbe a lavorare là dove ci sono suoi voti potenziali, persone conquistabili, ambienti socialmente familiari: e cioè nel vasto bacino che oggi è presidiato da Cinquestelle.

Invece niente. Il nemico è Matteo Renzi, e stop. E Matteo Renzi va preso di punta, e prima di tutto. Da quando c’è Renzi, il partito di Vendola è regredito su posizioni ultraminoritarie smarrendo completamente il riferimento del governo, la comprensione della complessità dei problemi, il gusto della fatica della ricerca di soluzioni. Di qui discendono comportamenti politici e parlamentari alla fine inutili: ostruzionismi e, appunto, propagandistiche mozioni di sfiducia.

La bussola non è la ricerca di intese, pur nella polemica, con il Pd che piaccia o no è evidentemente il partito basilare del sistema politico e nettamente centrale nel centrosinistra, come non è lo lo sforzo per trovare alle amministrative candidature comuni (a proposito, una domanda: ma a Torino al secondo turno voteranno Fassino o la Appendino?); ma il suo contrario, come fare cadere il governo e dare un colpo alla leadership di Renzi. Esattamente quello che dice Grillo. Però, e va detto con una certa amarezza, fra Grillo e Scotto la gente vota Grillo.

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