La trasparenza amministrativa per una rivoluzione culturale

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Come il FOIA italiano può contribuire a rivoluzionare la relazione tra cittadini e pubblica amministrazione

Di recente è tornato al centro del dibattito pubblico il tema della trasparenza amministrativa, soprattutto dopo il parere emesso dal Consiglio di Stato sullo schema di decreto legislativo che, modificando il d.lgs. n. 33/2013, introduce il cosiddetto FOIA italiano. L’attuale testo, in attesa dei pareri parlamentari per la definitiva approvazione in CdM, è infatti fondato, al pari dei sistemi di tradizione anglosassone, sul riconoscimento di un vero e proprio right to know del cittadino, che può finalmente richiedere, per qualunque fine e senza necessità di motivare l’istanza, dati e documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni.

Prestigiosi opinionisti si sono, tuttavia, scagliati contro quello che è stato definito un testo normativo in cui il fondamentale diritto a sapere verrebbe “annacquato” da una serie di meccanismi di “burocrazia difensiva”, rappresentati dall’eccessiva ampiezza delle eccezioni all’obbligo di disclosure a carico delle amministrazioni, e dall’ipotesi di silenzio-rigetto prevista dall’art. 6 comma 5, in base al quale «se la pubblica amministrazione non ha risposto entro 30 giorni, la richiesta si intende rifiutata», senza che sia previsto un obbligo per la P.A. di motivare il rifiuto.

Senza addentrarsi in speculazioni di puro diritto amministrativo è doveroso ricordare come anche gli ordinamenti FOIA che garantiscono un accesso generalizzato prevedono, al fianco di un’area di piena trasparenza, un fitto sistema di exemptions allo scopo di limitare la conoscibilità di una serie ben individuata di informazioni e documenti. Certamente dall’ampiezza di queste «eccezioni» dipende l’effettività del diritto all’informazione. Quanto all’istituto del silenzio-rigetto, appare evidente la sua funzione di contrappeso rispetto alla notevole estensione dei possibili casi di libero accesso civico.

Tali previsioni sembrano animate dal fondato timore che i costi organizzativi da imporre alle amministrazioni, nella realizzazione un sistema di trasparenza fondato su un principio generale di pubblicità e su una rigida definizione delle eccezioni all’ostensibilità, si rivelino poco sostenibili. Mi sorprende, invece, che gli autorevoli commentatori non abbiano colto l’essenza più profonda di una riforma che dopo decenni di “convulsa bulimia regolatoria” è a un passo dall’ambizioso traguardo di trasformare finalmente la pubblica amministrazione in una casa di vetro, secondo la nota metafora di Turatiana memoria.

Sono passati, infatti, ben 26 anni dall’approvazione della legge sul procedimento amministrativo. E in quell’occasione si decise colpevolmente di accantonare l’originario modello di conoscibilità pubblica della c.d. “Commissione Nigro” a favore di un modello di accesso di tipo “egoistico”, esercitabile solo da chi fosse già titolare di una particolare posizione soggettiva e in cui l’acquisizione delle informazioni non era funzionale a un controllo generalizzato sull’operato delle pubbliche amministrazioni.

Nell’ultimo decennio si sono susseguiti molteplici interventi normativi in tema di trasparenza, ma solo con il d.lgs. n. 33/2013 è stato adottato un regime conoscibilità diffusa, che costringe ogni P.A. a rendere fruibili, sul proprio sito web, tutti i dati, informazioni e documenti oggetto di pubblicazione obbligatoria ai sensi della normativa vigente e che riconosce a ogni cittadino, nei casi di inadempienza della P.A., un diritto civico a ottenere quei dati obbligatori.

Ma il decreto Madia si spinge oltre, fino a realizzare una vera e propria rivoluzione partecipativa che consiste, secondo il Consiglio di Stato, nell’affiancare alla preesistente trasparenza di tipo “proattivo”, garantita tramite la pubblicazione obbligatoria sui siti web della P.A. dei dati e delle notizie indicate dalla legge, una trasparenza di tipo “reattivo”, cioè in risposta alle istanze di conoscenza avanzate dagli interessati, segnando definitivamente il passaggio dal bisogno di conoscere al diritto di conoscere.

Ecco perché è fondamentale che l’attuale discussione sulla trasparenza non perda di vista la vera missione di questa riforma: consentire a chiunque di attraversare con il proprio sguardo le metaforiche mura della casa amministrativa Ciò non solo in chiave di contrasto della corruzione ma anche per definire una nuova e diversa relazione tra P.A. e cittadini, non più fondata sulla logica del sospetto, ma caratterizzata da maggiore apertura, fiducia, e condivisione, nell’ottica della cittadinanza digitale.

Ed è forse questo il maggiore pregio del decreto sulla trasparenza: quello di gettare le basi per una rivoluzione culturale che, attraverso la collaborazione tra cittadini e amministrazioni, riesca soddisfare le pressanti istanze di moralizzazione dei pubblici poteri e a consentire, anche se sul lungo periodo, un sostanziale mutamento degli attuali modelli di gestione del bene pubblico, verso una nuova partecipazione democratica alla vita istituzionale del nostro Paese.

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