La svolta di Riad, non più petrolio-dipendenti

Energia
An oil pump works at sunset Wednesday, Sept. 30, 2015, in the desert oil fields of Sakhir, Bahrain.  Consumer prices across the 19-country eurozone fell in September for the first time in half a year as energy prices tanked, official figures showed Wednesday, in a development that's likely to ratchet up pressure on the European Central Bank to give the region more stimulus. The 0.1 percent annual decline reported by Eurostat, the EU's statistics office, was widely anticipated following the recent drop in global oil prices. (ANSA/AP Photo/Hasan Jamali)

Arabia Saudita, con «Vision 2030» il principe Mohammed bin Salman presenta un ambizioso piano di riforme economiche con l’obiettivo nei prossimi 15 anni di adattare la propria economia a nuovi scenari energetici

L’Arabia Saudita, prima economia del mondo arabo e primo paese esportatore di greggio, si prepara ad uscire dall’era del petrolio per adattare la propria economia ai nuovi scenari energetici. Il vice principe ereditario Mohammad bin Salman Al Saud ha proposto un vasto programma di riforme, presentato come una «road map» per lo sviluppo del regno nei prossimi quindici anni. Al centro di questo programma destinato a rivoluzionare il modello economico saudita, c’è la diversificazione dell’economia.

Primo fondo sovrano

L’Arabia Saudita attualmente dipende per il 70% dal petrolio, in un momento in cui i prezzi del greggio sono in caduta libera da due anni: tra settembre 2014 e febbraio 2016 i prezzi globali del petrolio sono scesi di circa il 70 per cento, contribuendo nel 2015 a gonfiare il deficit del bilancio saudita fino a 98 miliardi di dollari – una cifra equivalente a circa il 15 per cento del suo prodotto interno lordo. Secondo il figlio del re saudita, titolare del ministero della Difesa e a capo del consiglio economico del regno, «entro 20 anni ci sarà un’economia che non dipenderà più principalmente dal petrolio», per questo è necessario trasformare l’Arabia Saudita in una potenza di scala mondiale in materia di investimenti e di affrancare la sua dipendenza dall’oro nero al 2020.

All’interno di questo piano chiamato «Vision 2030», Riad prevede di vendere in borsa meno del 5% del gigante petrolifero Saudi Aramco e di dotarsi di un fondo sovrano di 2000 miliardi di dollari (1777 miliardi di euro). Diventerebbe il fondo più grande del mondo, superando quello norvegese, che qualche giorno fa «pesava» in borsa 866 miliardi di dollari, e controllerebbe più del 10% della capacità di investimenti nel mondo. Il fondo rappresenterà lo strumento centrale degli investimenti sauditi all’estero, finanziato parzialmente per la cessione dei titoli del gigante petrolifero pubblico Saudi Aramco. La Saudi Aramco, pilastro economico del regno, infatti controlla più di 261 miliardi di riserve di barili di greggio e impiega più di 61000 persone. Secondo il principe, l’apertura di Aramco al capitale locale e agli investitori stranieri assicurerà la trasparenza nella gestione del gigante petrolifero, ponendo le basi per costruire un’economia saudita che non dipenderà più dal petrolio.

Il crollo dei prezzi

Il crollo dei prezzi del petrolio ha obbligato le monarchie del Golfo tra cui l’Arabia Saudita a prendere delle misure senza precedenti come la riduzione della sovvenzione ai carburanti e l’imposizione di nuove imposte indirette. L’economia saudita, la più importante del mondo arabo, dovrebbe crescere al ritmo dell’1,2% quest’anno, contro il 3,4% nel 2015. La borsa di Riad, dopo l’annuncio del programma «Vision 2030» ha ridotto le perdite e guadagnato più del 2,5%. Ma a spingere il regno saudita ad una revisione delle proprie scelte energetiche non c’è solamente il crollo del prezzo del petrolio. Appena una settimana fa i capi di stato di 165 paesi sono volati a New York per firmare l’Accordo di Parigi.

Sul piano diplomatico questa firma segna una discontinuità evidente con il passato, quando prima i grandi inquinatori sviluppati, poi i paesi in via di sviluppo che avevano bisogno di consumare più energia fossile impedivano accordi globali. Quei tempi sono finiti, si comincia a fare sul serio. Stando a quanto stabilito dall’Accordo infatti la temperatura del pianeta deve essere contenuta sotto a +2° rispetto ai livelli preindustriali se si vogliono evitare effetti devastanti.

Lo studio

Secondo uno studio pubblicato su Nature da due ricercatori inglesi, Christophe McGlade e Paul Ekins, dell’Institute for Sustainable Resources, dell’University College di Londra, per centrare l’obiettivo dei due gradi, 2/3 delle riserve di combustibili fossili non dovranno essere estratte. L’Arabia Saudita, che ha firmato l’Accordo di Parigi, ha capito che un’economia basata sul petrolio non solo è incompatibile con il rispetto del limite dei due gradi ma anche che il futuro dell’economia si giocherà sulla transizione energetica: la sua decisione di investire i proventi del petrolio per garantirsi una posizione nel mondo post-fossile è la prova che anche i più grandi interessi petroliferi del mondo hanno accettato il capovolgimento del paradigma energetico. I cambiamenti climatici si contrastano con investimenti in ricerca e innovazione, cioè creando opportunità di sviluppo anche economico e riducendo i costi legati al deterioramento dell’ambiente.

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