La svolta del Green Jobs Act

Ambiente
Ermete Realacci durante il suo intervento ad un seminario di Symbola a Treia.
ANSA/PIERAPOLO CALAVITA

Ecco i risultati di Green Italy, il rapporto sulla green economy in Italia presentato da Symbola

Se Il testimone ora passa dall’Expo di Milano alla COP21, il summit mondiale sul clima di Parigi. Due appuntamenti molto diversi ma con una comune necessità. Impossibile infatti affrontare sia la sfida di “nutrire il Pianeta” che quella di contrastare i mutamenti climatici e superare la crisi senza avere un’idea di economia, di società, di futuro in grado di mobilitare le migliori energie, culturali, tecnologiche, umane. È questo il messaggio dell’Enciclica “Laudato si’”: i temi ambientali non possono essere risolti se non si fanno i conti con la finanza, la “cultura dello scarto”, le tensioni internazionali, i flussi migratori. Se non cambiamo gli stili di vita: perché si affrontano i mutamenti climatici anche con la raccolta differenziata e col carsharing, per la prima volta presenti in un’enciclica del Papa. Sulla stessa lunghezza d’onda la Carta di Milano: non a caso il tema dello sviluppo sostenibile è stato centrale nelle migliaia di appuntamenti che hanno accompagnato l’EXPO. Sono per questo importanti, non solo per l’Italia, i risultati di Green Italy, il rapporto sulla green economy nel nostro Paese, presentati ieri dalla Fondazione Symbola e Unioncamere.

S ono dati che confermano come, al contrario di quanto da molti sostenuto, le scelte orientate in senso ambientale sono in Italia una straordinaria chiave per affrontare la crisi e rendere più competitiva e orientata al futuro la nostra economia. Sono 372.000 le imprese italiane dell’industria e dei servizi con dipendenti che hanno investito nel periodo 2008-2014, o prevedono di farlo entro la fine del 2015, in prodotti e tecnologie green. In pratica una su quattro, il 24,5% dell’intera imprenditoria extraagricola. E nel manifatturiero sono una su tre (32%): la green economy è, per una parte considerevole delle nostre imprese, un’occasione colta. Solo quest’anno, anche sulla spinta dei primi segni tangibili di ripresa, 120 mila aziende hanno investito, o intendono farlo entro dicembre, sulla sostenibilità e l’efficienza: 31.600 imprese in più dell’anno scorso (+36%). Non è difficile capire le ragioni di queste scelte. Le aziende di questa Greenitaly, hanno un dinamismo sui mercati esteri nettamente superiore al resto del sistema produttivo italiano: esportano, infatti, nel 18,9% dei casi, a fronte del 10,7% di quelle che non investono. Nella manifattura il 43,4% contro il 25,5%, e il 30.7% innova contro il 16.7% delle altre imprese. Per non parlare dell’occupazione. Nel 2015, il 14,9% delle assunzioni previste (74.700 posti di lavoro) riguarda proprio green jobs, che si tratti di ingegneri energetici o agricoltori biologici, esperti di acquisti verdi, tecnici meccatronici o installatori di impianti termici a basso impatto: una crescita di 4 punti percentuali rispetto al 2009. Nella ricerca e sviluppo si arriva al 67%, a dimostrazione del legame sempre più stretto tra green economy ed innovazione aziendale. Se poi andiamo oltre lo steccato dei green jobs propriamente detti e guardiamo la richiesta di competenze green, vediamo che le assunzione con questi requisiti sono 219.500. Messi insieme fanno 294.200 occupati, il 59% della domanda di lavoro.

Nonostante i tanti problemi ambientali aperti, esiste per l’Italia un positivo spread green. Le imprese orientate in senso ambientale, incluso le PMI, hanno spinto l’intero sistema produttivo nazionale verso una leadership europea in molti settori. Leadership che fa il paio coi nostri primati internazionali nella competitività, e anzi che a questi primati contribuisce. Eurostat ci dice, infatti, che le imprese italiane, con 337 kg di materia prima per ogni milione di euro prodotto, non solo fanno molto meglio della media Ue (497 kg), ma si piazzano seconde tra quelle delle grandi economie comunitarie dopo le britanniche (293 kg), davanti a Francia (369), Spagna (373) e ben avanti alla Germania (461). Dalla materia prima all’energia, dove si registra una dinamica analoga. Siamo secondi tra i big player europei, dietro al solo Regno Unito. Dalle 17 tonnellate di petrolio equivalente per milione di euro del 2008 siamo passati a 15: la Gran Bretagna ne brucia 12, la Francia 16, Spagna e Germania 18. Piazzarsi secondi dopo la Gran Bretagna vale più di un ‘semplice’ secondo posto: quella di Londra, infatti, è un’economia in cui finanza e servizi giocano un ruolo molto importante, mentre la nostra è un’economia più legata alla manifattura. L’Italia fa molto bene anche nella riduzione dei rifiuti. Con 39 tonnellate per ogni milione di euro prodotto (5 in meno del 2008) siamo i più efficienti in Europa, di nuovo molto meglio della Germania (65 t). Questi risultati non rappresentano certo da soli la soluzione ai mali antichi del Paese: non solo il debito pubblico e la corruzione, ma le diseguaglianze sociali, l’economia in nero, quella criminale, il ritardo del Sud, una burocrazia inefficace e spesso soffocante. Sono però la pista di un’Italia coraggiosa in grado di guardare avanti, un’Italia competitiva e innovativa su cui fare leva: un’Italia che fa l’Italia. Questa Italia mette insieme la ricerca, l’innovazione, la qualità estetica – siamo il secondo paese europeo per brevetti di design, dietro alla Germania, che ha un’economia due volte la nostra, ma davanti a tutti gli altri big Ue – con le tradizioni, che siano agricole o manifatturiere. Coniuga la competitività con la coesione sociale e territoriale, sposa l’efficienza e la riduzione dei consumi con la pratica costante della qualità. Avvia il cammino che ci spinge a superare le logiche dell’economia lineare per avvicinare l’obiettivo di un’economia circolare: fatta di cicli chiusi e riduzione del consumo di materie prime, suolo, energia. Soluzione evidentemente strategica per un Paese trasformatore come il nostro, ma strategica anche per il Pianeta.

Già oggi l’Italia è leader europeo nel riciclo industriale: a fronte di un avvio a recupero industriale  di oltre 163 milioni di tonnellate di rifiuti riciclabili su scala europea, nel nostro Paese sono stati recuperati 25 milioni di tonnellate, il valore assoluto più elevato tra tutti i paesi europei (in Germania sono 23). Riciclaggio nei cicli produttivi che ci ha permesso di risparmiare energia primaria per oltre 15 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio ed emissioni per circa 55 milioni di tonnellate di CO2. L’Italia ha puntato sul green affacciandosi anche su una dimensione più collaborativa dell’economia. Partendo dalla produzione diffusa di energia rinnovabile: oggi nel nostro Paese sono oltre 800 mila gli impianti di generazione. Arrivando a nuove modalità di consumo – dal car sharing alle piattaforme collaborative più diverse – offerte dalla sharing economy e dalla Rete. E lo ha fatto, soprattutto, senza indebolire la sua identità. Come mostra la nostra agricoltura: siamo il Paese più forte al mondo per prodotti ‘distintivi’ (Dop, Igt; e Doc, Docg, Igt per il vino), i primi in Europa per numero di imprese biologiche, tra i primi al mondo per superficie; con un valore aggiunto per ettaro – 1.989 euro – che è il triplo di quello del Regno Unito, il doppio di Spagna e Germania, il 70% in più di quello dei cugini francesi. E, insieme, con sole 814 tonnellate di gas serra emesse per ogni milione di euro prodotto: il 12% in meno della Spagna, il 35% della Francia, il 39% della Germania e il 58% del Regno Unito.   E’ un’Italia già oggi molto presente e forte quella censita e raccontata nel rapporto di Symbola e Unioncamere. Molti però ne ignorano l’esistenza o la sottovalutano. Non ne accompagnano e favoriscono lo sviluppo, o peggio lo contrastano. Vale per gli opinion leaders, per i media come per la politica. Capita anche nel PD. Diceva Victor Hugo che “c’è una cosa più forte di tutti gli eserciti del mondo, e questa è un’idea il cui momento è giunto”. Noi italiani, che di eserciti non ci intendiamo molto, dovremmo saperlo. E’ il nostro soft – power, che si è visto in opera anche all’Expo di Milano, le nostre idee e le nostre esperienze di un’economia più a misura d’uomo che possiamo mettere in campo per il successo della COP21. Per la prospettiva di un futuro migliore.

 

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