La svolta che serve alla storia europea

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Lo “spirito di Ventotene” non è quello che ispira gli edificatori di muri, quelli che s’illudono che frontiere blindate possano garantire la sicurezza dell’Europa. L’europeismo è l’esatto contrario

Non è un caso se Matteo Renzi ha fatto rotta sull’isola simbolo del sogno europeo, invitando gli altri due leader europei che possono fare la differenza e cambiare davvero verso ad una Unione ormai da tempo decisamente smarrita. È tempo di invertire la rotta puntando sulla crescita, di gestire il fenomeno dei rifugiati, di darsi una politica estera e di difesa continentale. Cambiare verso per ridare un senso all’idea stessa di Europa e per non essere relegati ai margini dei grandi processi economici e geopolitici che investono il pianeta.

Ora servono i fatti, e non più le parole. Perché non saranno le parole a contrastare i trafficanti di esseri umani, a dare un futuro ai tanti “Omran” violentati dalle guerre. Non saranno le parole a costruire un rapporto fruttuoso tra l’Europa e l’Africa. E non è con le parole che si riuscirà a contrastare l’affermar si nel vecchio Continente di partiti e movimenti populisti.

È tempo di fatti. Ed è questo il vero banco di prova per i tre leader che domani si riuniranno a Ventotene. Italia, Germania e Francia devono recepire lo “spirito” che animò gli ispiratori di quel “Manifesto” che ancora oggi rappresenta la visione più alta, nobile, di una idea federalista dell’Europa, l’unica praticabile se si vuole evitare che il futuro sia segnato da altre “Brexit”. O si cambia verso o l’Europa è destinata ancor di più a sfiorire, anzitutto nei cuori dei suoi cittadini.

L’Europa dell’austerità, dell’iperrigorismo ha prodotto una devastazione sociale senza precedenti, alimentando sacche di marginalità, impoverendo le classi medie, frustrando le aspettative delle giovani generazioni. Una nuova Europa è quella che riscopre la forza di un “neo keinesismo”, che non penalizza ma incentiva gli investimenti pubblici in settori strategici quali l’istruzione, la ricerca, la green economy, le infrastrutture.

Un tema, questo, su cui l’Italia ha insistito negli ultimi due anni, facendone il tratto caratterizzante del suo agire a Bruxelles e nei vertici multi e bilaterali. La storia non si fa con i se e con i ma. Tuttavia, è lecito interrogarsi sul tempo perduto quando, con i governi Berlusconi e dei tecnici, l’Italia è stata se non silente di certo sulla difensiva rispetto alle scelte scellerate di politica economica e fiscale imposte da Bruxelles (e da Berlino).

E ai “soloni” nostrani che impartiscono ancora oggi lezioni di bon ton diplomatico e di realpolitik, andrebbe ricordato che alzare i toni, a supporto di progetti concreti come il “Migration Compact”, o sulla flessibilità, non solo rende più autorevole l’Italia ma rafforza il fronte anti-austerità. Nessuno può vincere da solo le sfide della globalizzazione, neanche il Paese economicamente più forte in Europa: la Germania. E nessuno può da solo contrastare il terrorismo jihadista, sconfiggere lo Stato islamico, dare stabilità al Vicino Oriente, neanche il Paese militarmente più attrezzato in Europa: la Francia.

Dotarsi di una politica estera comune e di un esercito europeo non è un esercizio per romantici idealisti ma una necessità del presente. L’Europa o è questo o non è. Lo “spirito di Ventotene” non è quello che ispira gli edificatori di muri, quelli che s’illudono che frontiere blindate possano garantire la sicurezza dell’Europa. L’europeismo è l’esatto contrario: è inclusione, nuovi diritti sociali e di cittadinanza. È l’Europa che guarda ai Paesi della sponda Sud del Mediterraneo in termini di opportunità di crescita comune e non come minaccia da neutralizzare. È l’Europa che avvia a quel “Piano Marshall per l’Africa” delineato dall’Italia ma che o diventa europeo oppure arricchirà il già ponderoso libro delle occasioni perdute. Lo deve a quell’umanità sofferente che fugge dall’inferno di guerre, pulizie etniche, povertà assoluta, disastri ambientali, e che bussa alle nostre porte per veder riconosciuto il diritto più importante: quello alla vita.

Le lacrime non servono. Occorre moltiplicare i corridoi umanitari, contrastare con maggiore efficacia gli schiavisti del Terzo millennio, praticare una solidarietà fattiva verso quei Paesi, come l’Italia, che in questi anni, grazie alla straordinaria abnegazione degli uomini della Guardia costiera e delle ong impegnate sulle rotte e i porti della disperazione, grazie alla quale sono state salvate decine di migliaia di vite umane. Per questo ci attendiamo molto dal vertice di Ventotene.

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