La strada da fare

Politica
I candidati, oltre seimila divisi tra la Mostra d'Oltremare e la sede universitaria di Monte Sant'Angelo, che a Napoli, hanno affrontato  il test per accedere ai corsi di laurea triennali (ostetricia, logopedia, dietista e tecnici di radiologia), 3 settembre 2014.  ANSA/CIRO FUSCO

Oggi la sfida è tra una ricetta demagogica e una riformista Cambiare il Paese non è affatto impossibile, ma dalla politica serve un’idea della crescita umana di una comunità

Era il 4 Ottobre, come oggi, ma del 1964. Aldo Moro, che avrebbe avuto ancora solo altri quattordici anni di vita, tagliò il nastro, in diretta televisiva, dell’Autostrada del Sole. In otto anni la più grande opera infrastrutturale del paese vedeva la luce. Era cominciata nel 1956, due anni dopo l’avvio delle trasmissioni televisive. E, all’inizio degli anni sessanta, la riforma della scuola media aveva sviluppato quel processo di scolarizzazione di massa che fece quasi dimezzare il numero degli analfabeti nel nostro paese. L’Italia era ancora segnata dal ventennio della dittatura fascista, dalla guerra, dalla distruzione della rete infrastrutturale prodotta dai bombardamenti. Il paese era diviso politicamente, socialmente, geograficamente. Era prostrato, segnato dal dolore. Erano morte, al fronte o sotto le bombe, più di quattrocentomila persone e altre centinaia di migliaia di famiglie aspettavano il ritorno di un familiare dalla deportazione. Non dimentichiamolo mai. In meno di dieci anni l’ Italia risorse e in meno di venti si dotò di un sistema di infrastrutture tali da consentire un ciclo di espansione economica eccezionale. Il paese cambiò radicalmente. Aldo Moro, presidente del Consiglio, affiancato dal socialista Ministro dei lavori pubblici Giacomo Mancini, poté dire , quel giorno. “ Non siamo un popolo in decadenza, quali che siano le difficoltà che stiamo affrontando e superando. E’ la nostra una società viva, che si trasforma , che cerca nuovi equilibri economici, sociali e politici”. In pochi anni, persino concludendo i lavori prima del previsto, erano stati progettati e costruiti, lo documentano i testi di Francesco Pinto e di Enrico Menduni, 755 chilometri di autostrada, 113 ponti e viadotti,572 cavalcavia,38 gallerie, 740 opere minori e 57 raccordi con una media di 94 chilometri di strade terminati all’anno. Il prezzo terribile furono 74 vite umane. Oggi sarebbe inimmaginabile una strage di queste proporzioni. Non sarebbe possibile , nonostante il problema sia ancora aperto, anche grazie al lavoro di uno dei soggetti sociali oggi più bistrattati, in Italia.

L e organizzazioni dei lavoratori hanno combattuto aspre battaglie per la sicurezza sul lavoro, per tempi umani di lavoro nei cantieri e in fabbrica, per difendere dignità e incolumità di operai e edili. Ricordiamolo sempre. Il sindacato italiano è stato quello, cito chi non c’è più, di Di Vittorio, Lama, Trentin. Un sindacato che, tra limiti ed errori, non si è mai sottratto al principio della responsabilità generale, dell’interesse comune. Un sindacato, anche questo va detto, allora lontano da un certo conservatorismo particolaristico che talvolta lo ha portato, ad esempio,a sottovalutare la dimensione socialmente inaccettabile del precariato giovanile. Quell’opera gigantesca che univa Milano e Napoli cambiò il volto dell’Italia: dell’economia , facilitata dalla rapidità degli spostamenti e della mobilità interna, fonte di interscambio e opportunità di ogni tipo. Intanto una gigantesca infrastruttura immateriale, l’etere, una volta sfruttata sapientemente e in modo culturalmente moderno portava nelle case una tendenziale unificazione del paese, del suo linguaggio, delle sue esperienze comuni, della sua consapevolezza. Scuola, infrastrutture, comunicazione, lotta alla diseguaglianza. Cinquant’ anni dopo la sfida è ancora questa. È la prova del riformismo, in ogni tempo, in modi sempre inediti. L’Italia si è fermata, negli ultimi decenni e, per lunghi anni, solo i comuni sono stati il soggetto istituzionale capace di imprimere innovazione e sviluppo. E questo perché, con l’elezione diretta, si era finalmente usciti dal pantano della politica contrattata, dei condizionamenti di partiti e correnti, della instabilità permanente. I problemi di governance non sono e non devono essere la naturale propensione di chi ha il potere di aumentarlo ma, anche qui, la ricognizione lucida e il più possibile unitaria dei bisogni della nazione. La velocità della democrazia, lo ripetiamo da tempo, è la condizione stessa della democrazia. Un sistema di decisione pubblica fragile e lento, esposto ad un grado eccessivo di condizionamento da parte di partiti politici che, dopo il 1989, sono diventati pura proiezione del leader di turno o aggregazioni momentanee e di comodo, rischia di soccombere sotto i colpi di una società velocissima nei suoi scambi di ricchezza, sapere, informazione. Quello che occorre, da parte della politica, è però un disegno di insieme, una idea della crescita sociale e umana di una comunità. Qualcosa di più di una serie di provvedimenti. La politica, anche quella post ideologica, ha il dovere di proporre ai cittadini una visione del futuro, un sistema di valori. Qui e oggi, con decisione e velocità,per rispondere ai problemi senza rinviare le scelte alle calende greche ma dimostrando, al tempo stesso, che ogni gesto, ogni decisione, corrisponde coerentemente ad una idea compiuta di promozione e miglioramento della vita di una nazione. Questo è un progetto che richiede una condivisione forte, profonda. Non l’assemblarsi disordinato di componenti che a quel progetto e a quei valori, per legittime e antiche ragioni, non sentono e non credono di aderire. Ma la sfida dei riformisti moderni è quella di non delegare a nessuno l’ambizione di rappresentare , in proprio, una maggioranza possibile del paese. Il contrario della vocazione minoritaria che ha paralizzato la sinistra, il contrario delle confuse illazioni su non precisati, dal punto di vista programmatico e dei valori, partiti della nazione. La dialettica vitale è tra moderne concezioni della destra e della sinistra e il bipolarismo e la democrazia dell’alternanza continuano ad essere, per me, gli strumenti della democrazia moderna in Italia. La sfida oggi è, e così deve essere percepita, tra una ricetta demagogica e una riformista. Si badi che la prima può contare, nelle sue forme varie e pur politicamente non sommabili, di quasi la metà dell’elettorato attivo. È il segno di un malessere profondo, di un disagio sociale e di una scontentezza per la politica che possono, se trovano un catalizzatore, riportare al voto fasce di elettorato, assai consistenti, che se ne sono allontanate. Bando ai facili entusiasmi, dunque.

Il ricordo di quell’Italia, coraggiosa, fiduciosa e dinamica, di quella stagione riformista dei primi anni sessanta ci deve spingere ad accelerare. Ma sapendo bene la direzione di marcia. Il fine, almeno per noi, non è mai restare in sella, comunque. Abbiamo già sperimentato alleanze confuse, eterogenee e per questo abbiamo pagato, come riformisti, un prezzo alto. Se vogliamo evitare il rischio, presente, di un trionfo della demagogia dobbiamo essere all’altezza della sfida. Imprimere velocità ai cambiamenti, non sentire le sirene del conservatorismo, rispettare l’esistenza e la diffusione di voci critiche dentro e fuori il proprio schieramento. Far capire all’Italia quello che, bisogna dirlo, l’azione di governo sta cercando di dimostrare. Che cambiare questo paese non è, come dicono gli scettici e i cinici da sempre, inutile perché impossibile. L’Italia, dopo questi anni terribili, può tornare a crescere economicamente e in qualità sociale. Ma questo avverrà solo se, a illuminare tutto, ci sarà un’idea generale, una visione capace di guidare le scelte concrete e di appassionare cuore e cervello degli italiani.

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