La storia in diretta, com’è cambiato il paesaggio dei media

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Si ridefinisce il ruolo del giornalista, come mediatore tra la fonte e il pubblico

In tre settimane è successo di tutto. Il mondo corre, come impazzito, raccontato, e rovistato, attimo dopo attimo da un sistema mediatico da poteri nuovi e illimitati. Noi viviamo dentro i fatti e il piccolo racconto o la grande narrazione scandisce ogni attimo del nostro esistere.

Se facciamo un altrettanto veloce flashback, ritroviamo le notti insonni del golpe turco e della strage di Nizza, la mattinata di angoscia per il disastro in Puglia e gli orrori di Dacca e l’odio di Dallas fino all’angoscia, questa volta politica ed economica, per la Brexit. Sempre e ovunque i figli di Internet, social o blog che siano, ci hanno allertato e offerto dettagli mentre le televisioni del mondo intero si gettavano sui fatti.

E noi giornalisti? Nell’edizione domenicale molti commentatori si sono soffermati a riflettere: Erasmo d’Angelis, su L’Unità, ha sottolineato i rischi dell’assuefazione alle immagini di guerra, cioè alla guerra; Lucio Caracciolo su Repubblica ha descritto e analizzato come i social abbiano combattuto i militari turchi e la «bieca ironia» di Erdogan che prima chiude i social media e che poi è costretto a fare il suo appello via FaceTime; Beppe Servegnini sul Corriere, infine, osservando come la velocità di condivisione delle immagini , dei suoni e dei pareri sia diventata così vertiginosa, costringendo i media ad inseguire, si pone esplicitamente la domanda alla quale sarebbe bene non sfuggire: «Noi giornalisti sapremo trovare un ruolo? » .

I mezzi di comunicazione ci hanno sempre cambiato, incidendo sul modo in cui la società ha guardato e organizzato se stessa. Hanno orientato le nostre scelte politiche e i nostri stili di vita. Così è accaduto man mano che si rinnovavano e moltiplicavano: stampa, radio, televisione. Che cosa accade, ora, nel momento in cui milioni di persone nel mondo possono produrre connessioni «di massa» tra loro, imparando a produrre e distribuire?

Quando, con i social, condividiamo fatti personali e giudizi politici con un pubblico potenzialmente di massa ? Si sta ridefinendo la relazione fra produzione, distribuzione e consumo sia dell’informazione sia delle forme simboliche della società.

In questo quadro si ridefinisce anche il ruolo del giornalista, come mediatore tra la fonte e il pubblico, proprio perché alcuni dei pilastri stanno venendo meno o comunque modificandosi profondamente: il rapporto tra lo spazio e il tempo (ora dopo ora, pagina dopo pagina), la moltiplicazione delle fonti, la mediazione che può avvenire anche fuori dalle routine produttive dei giornali e dei media (in alcune trasmissioni in diretta sul golpe si avvertiva questo scarto e questo disagio) e l’assuefazione giacché le immagini e le parole ripetute a ciclo continuo possono determinare sia la paura sia l’assuefazione ad essa.

Alla fine del secolo scorso, nei tardi anni Novanta, mentre i primi blog prendevano slancio, si è molto discusso di «citizen journalism», cioè di giornalismo partecipativo. I nuovi media permettevano già di avere u n’interazione rivoluzionaria rispetto al passato (ci ricordiamo le lettere al direttore?) e permettevano di diventare propagatori diretti di fatti, di eventi e di pareri. Usando un linguaggio cristiano potemmo dire che le «moltitudini» si stavano trasformando da semplici ricettori a produttori di notizie.

Un altro salto lo abbiamo registrato, qualche anno dopo, con il tumultuoso sviluppo della telefonia mobile e delle invenzioni tecnologiche che da Internet traevano linfa vitale. La foto scattata da Janis Krums- e subito messa in rete su Twitterdell’atterraggio del grande aereo sul fiume Hudson segna un momento decisivo della svolta e della fase che stiamo vivendo.

C’è il rischio che i cambiamenti che derivano dalla Rete possano far saltare il modello della mediazione e portare a un modello in cui si comunica senza altri filtri. Il giornalismo ha ancora, però, grandi chance da giocare. Il passaggio dai media tradizionali a internet, unito alla differenziazione sociale, cosi come il passaggio dagli spazi sociali a quelli individuali, ha modificato la comunicazione al punto da raggiungere i destinatari ovunque si trovino.

In un mondo in cui è cambiato il modo di produrre e di distribuire le informazioni disponibili cresce la necessità di una figura indipendente che possieda strumenti tecnici e culturali per fare sintesi, per gettare ponti tra le specializzazioni, per comporre scenari. Sergio Maistrello definisce così il profilo del giornalista che ci servirebbe: «Un professionista consapevole di non avere più l’esclusiva né deleghe in bianco, che si accontenti spesso di arrivare in seconda battuta sui fatti a fronte di un maggiore approfondimento e che sia in grado di lavorare insieme con tanti nuovi soggetti che affollano lo spazio pubblico, delle idee e delle opinioni».

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