La speranza di Ulet spenta a 15 anni: un crimine contro l’umanità

Immigrazione
Un migrante ferito viene trasportato a Lampedusa con un elicottero di nave Grecale, impegnata nelle operazioni di soccorso ai migranti nel canale di Sicilia, 26 agosto 2015. +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Per il giovane in fuga dalla parte sbagliata del mondo, l’Europa era un luogo felice in cui vivere. Tocca a noi difenderla dai mercanti dell’odio e della paura

A quindici anni pensi che la tua vita sia straordinaria e unica, che il tuo diritto a viverla superi qualsiasi dovere verso tutto e tutti, invece sei ancora poco più che un bambino. Ricordo che a quindici anni passavo buona parte dei miei pomeriggi sotto scuola, tra una partita al pallone e quelle chiacchiere adolescenziali che parevano tanto serie e importanti, per il resto ascoltavamo musica terrificante e fumavamo qualche canna.

Ulet Mohamed aveva quindici anni, ma a differenza nostra non ha avuto l’adolescenza, niente chiacchiere o partite al pallone, niente “sballo”. La sua sfortuna più grande è stata quella di essere nato nella parte sbagliata del mondo, dove la vita non è un diritto per intenderci.

Ulet aveva scelto di darsi una possibilità. Da solo, lontano dalla famiglia, in fuga dal suo passato e in viaggio per conquistare un futuro. Rapito, rinchiuso in un lager libico, si era ribellato ai lavori forzati, per questo è stato torturato e lasciato senza acqua e cibo prima di essere caricato su una carretta lasciata alla deriva nel Mediterraneo.

I suoi carcerieri sono belve che con la tratta degli essere umani sono responsabili di crimini atroci, come la tortura e gli stupri, come l’abbandono dei natanti in mezzo al mare.

È la storia dei 51, tra uomini e donne, tenuti rinchiusi nella stiva dove sono morti per le esalazioni dei motori. Questi sono assassini che andrebbero condannati per crimini contro l’umanità, proprio come quelli dei gerarchi nazisti nei campi di sterminio, perché come ieri siamo davanti al bivio tra civiltà e barbarie.

Cosa ben capita dal premier Renzi, che ha rivendicato con orgoglio: “Non cederemo mai al messaggio che vuol far diventare l’Italia la terra della paura, possiamo anche perdere tre voti ma non cederemo al provincialismo della paura. Non è buonismo, ma umanità: secoli di umanità ai quali non rinuncio per tre voti. Prima salviamo le vite”. Non è solo una degna risposta a Grillo e Salvini che nel mercato della paura cercano i voti, è un atto di responsabilità di un Paese nei confronti del mondo.

Ulet è morto tra le braccia dei volontari di Medici Senza Frontiere, a pochi chilometri da quell’Europa che tanto sognava. Ricordiamolo sempre, quando troppo spesso ci lamentiamo, del grande privilegio che abbiamo nel vivere in un luogo felice come l’Europa: oasi indiscussa per i diritti e la dignità dell’intera umanità. Condizione di benessere conquistata con tante sofferenze e sacrifici, che ci impone oggi delle scelte come l’accoglienza e gli interventi umanitari. Senza se e senza ma.

La drammatica storia di Ulet ci racconta quanto vale questa nostra civiltà e quanto sia bella la vita. Tocca a tutti noi difenderle, anche contro i mercanti della paura.

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