La Spagna non svolta

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In Spagna si era votato solo sei mesi fa. Se infatti guardiamo ai dati i rapporti di forza non sono cambiati di molto

In Spagna si era votato solo sei mesi fa. Gli elettori spagnoli sono stati costretti a tornare alle urne perché in Parlamento non era stato possibile trovare alcuna intesa per formare un governo. Una situazione di totale stallo. Oggi, però, dopo altri sei mesi di campagna elettorale sia i volti che le forze in campo sono rimasti quasi gli stessi. Almeno agli occhi dei cittadini spagnoli. Se infatti guardiamo ai dati i rapporti di forza non sono cambiati di molto.

Perché il quadro politico resta, almeno nelle sue pennellate più profonde, quello disegnato il 20 dicembre scorso. Anche se alcune indicazioni sono emerse.

Lo spostamento più significativo è quello del voto utile di centrodestra. A farne le spese i liberal-democratici di Ciudadanos che si vedono portare via voti e seggi: perdono quasi l’1% e 8 deputati. Un bottino di cui si nutre soprattutto il Partito Popolare di Mariano Rajoy che guadagna circa il 4% e ben 14 parlamentari . Un buon risultato in cui c’è stato probabilmente un effetto Brexit: di fronte all’incertezza (e anche alla paura causata dall’addio della Gran Bretagna all’Europa) una parte dell’elettorato moderato spagnolo (la Spagna in Europa è entrata tardi ma i suoi cittadini hanno un legame strettissimo con la Ue) ha preferito la certezza all’incertezza.

Una ragione che può aiutarci a spiegare anche il mandato sorpasso di Podemos sui socialisti. Che Iglesias avrebbe superato il leader del Psoe Sanchez lo davano tutti per certo: i sondaggi della vigilia, i commentatori e persino gli exit poll usciti subito dopo la chiusura dei seggi. Alle 20 quei numeri dicevano che Unidos Podemos (l’alleanzae fra Podemos e Izquierda Unida, gli ex comunisti) gravitava attorno al 26% e avrebbe potuto incassare da un minimo di 91 a un massimo di 95 seggi (sei mesi va ne contavano 69). Mentre i socialisti scendevano al 22% calando fino a 81/85 seggi (dai 90 che avevano a dicembre scorso). Il che, fatti due conti, diceva che un’alleanza di governo a sinistra era, almeno numericamente possibile. Certo, poi ci sarebbe stata la politica e la difficoltà di conciliare programmi non proprio affini, ma quel superare quota 176 (la maggioranza assoluta dei deputati) avrebbe rappresentato un’oggettiva spinta a provarci.

Invece no, nessun sorpasso. Neppure questa volta, verrebbe da dire, “podemos”. Il Psoe mantiene infatti una propria forza parlamentare (pur perdendo cinque deputati) e anzi cresce (poco ma cresce) dal punto di vista percentuale, che gli consente di conservare il secondo posto dietro il PP. Mentre Unidos Podemos aumenta di pochissimo nonostante l’alleanza con gli ex comunisti che a dicembre avevano quasi un milione di voti (3,7%) e 2 deputati. La prima conseguenza è che a sinistra non c’è alcuna maggioranza: mettendo insieme gli 85 seggi dei socialisti e i 71 di Podemos si arriva a 156, cioè 19 in meno dalla maggioranza richiesta di 176.

Lo scenario quindi resta sospeso tra terze elezioni e una qualche forma di grande coalizione. L’unica maggioranza numericamente possibile infatti è quella fra popolari e socialisti, una specie di larga intesa all’italiana. Magari a sostegno di un governo tecnico al fine di scongiurare un nuovo ricorso alle elezioni. Possibile? Si vedrà. L’unica certezza è che anche questo voto spagnolo dimostra come in una situazione non più bipolare (come era stata la Spagna fin dal suo approdo alla democrazia) se non si sceglie un sistema elettorale che consenta ai cittadini di scegliere da chi essere governati come avviene col doppio turno o si aprono le porte a larghe intese o si condanna la democrazia all’impotenza.

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