La soluzione non è andar via di casa

Pd
ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Perché questa minoranza Dem non ha imparato a girare le strade, come ci dice Pavese? Perché non si sono immersi nel lavoro e nello studio approfondito della vittoria di Renzi e della loro sconfitta?

Alla fine degli anni cinquanta, quando ero adolescente, si diffuse in Italia l’uso del Ducotone, una tempera lavabile dai colori vivacissimi e facile a stendersi sulle pareti, con cui rendere più allegri i tristi condomini di recente costruzione. Inusitati colori gialli, arancio, rossi, blu cercavano di rallegrare la vita di noi inquilini arrivati freschi freschi dalle campagne. Ricordo di aver colorato di blu la parete su cui era poggiata la fiancata del mio letto, arricchendola poi di disegni ispirati ai cavalli e ai bufali della grotta di Altamira. Sotto questo disegno, incisa con la punta di un chiodo, una scritta: «Traversare una strada per scappare di casa lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo e non scappa di casa».

Era un brano di Pavese, da Lavorare stanca, che mi aveva fortemente emozionato. Mi aveva fatto capire che quelle inquietudini giovanili che ribollivano dentro me e i miei coetanei, quella voglia di uscire fuori in modo finalmente libero e autonomo, avevano senso solo se ti confrontavi con la realtà in cui eri immerso. Se lo facevi così, tanto per dare un segnale di indipendenza fine a se stesso, quello scappare da casa non aveva alcun senso.

Ecco, proprio quella frase avrei pronunciato se mi fosse stata data la possibilità di parlare alla direzione di ieri. Una direzione a mio avviso molto deludente, che ha visto ripetersi in forma ormai fiacca e stanca posizioni di apertura molto minimali da una parte e di assurda chiusura dall’altra. Un gioco già visto, e purtroppo fortemente inquinato dall’assurda voglia di alcuni compagni di traversare questa strada e scappare di casa.

Perché questa minoranza Dem non ha imparato a girare le strade, come ci dice Pavese? Perché non si sono immersi nel lavoro e nello studio approfondito della vittoria di Renzi e della loro sconfitta? Perché non hanno cercato il modo di valorizzare le cose buone che comunque nella gestione del partito e, soprattutto, del governo ci sono? Capisco che non è un lavoro facile, anzi, per rimanere in tema, possiamo dire che è un lavoro che stanca. Molto più facile arrabbiarsi e criticare senza proporre nulla. Capisco anche che il compito è stato reso difficile da affermazioni spesso offensive nei confronti della minoranza. In certi momenti è sembrato proprio un dialogo tra sordi. Ma io mi sono formato con loro, con loro ho convissuto per decenni, e da loro ho imparato come si fa politica.

E ora mi accorgo con sconforto che molti di loro hanno perso proprio il senso del fare politica. Perché? Per quale ragione hanno rifiutato le tante aperture che il segretario del partito ha offerto loro, dalla direzione del partito a quella de l’Unità? Perché hanno scelto la strada di cercare comunque lo scontro e approfittare di ogni sbavatura, di ogni momento critico, per segnare una linea di demarcazione tra buoni e cattivi? Io non lo capisco. Abbiamo passato insieme moltissime stagioni politiche, stagioni che ci hanno fatto crescere e qualche volta anche vincere, ma che sono sempre state costellate, ovviamente, da numerosissimi errori: quando abbiamo trattato con ferocia ogni socialista, quando mi hanno costretto a votare Dini, quando abbiamo imbarcato Di Pietro, forse anche quando abbiamo fatto il Pd così frettolosamente, tanto per citare i primi che mi vengono in mente.

La stessa elezione di Renzi a segretario del partito non deriva certo dal caso, bensì dal terribile errore di superficialità e superbia fatto proprio da quel gruppo dirigente che oggi decide di votare “No”.

Il classico suicidio del “tanto peggio, tanto meglio”. Tutto questo mi dà un dolore enorme perché impoverisce la ricchezza del Pd, la sua polifonia, la sua dialettica interna, e pone una grossa ipoteca sulla sopravvivenza di un’area di sinistra all’interno del nostro partito.

Oggi l’Europa è preda di tensioni terribili e i populismi si allargano con voracità su di essa, e voi, compagni miei, invece di guardare quest’isola ancora fertile di buoni propositi che è l’Italia, rischiate di perdervi come i Bertinotti di un tempo a guardare il vostro ombelico. Cercate di ritornare in voi, di riconquistare quella capacità di vivere unitariamente anche i momenti più difficili.

A me l’ha detto anche Molotov, l’amico fraterno di Bobo: «Ricorda, qualunque cosa sbagliata faccia Renzi, noi ex del Pci l’abbiamo fatta prima». E soprattutto, aggiungo io, l’abbiamo superata tutti insieme.

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