La socialdemocrazia (forse) non è morta ma certo non lotta più insieme a noi

Dal giornale
frulletti

In che modo un’Europa in crisi profonda può difendere i suoi valori fondamentali quali la libertà e la giustizia sociale? Un libro -intervista a Fausto Bertinotti e un saggio di Marc Lazar sul “Mulino” provano a dare risposte. Molto diverse tra loro

Alfredo Reichlin, mercoledì 2 dicembre, su l’Unità poneva una questione fondamentale: come, di fronte agli sconvolgimenti in atto (i cambiamenti climatici, l’entrata sulla scena della storia di popoli finora tenuti ai margini, il terrorismo religioso che ci entra in casa, l’economia mondiale dominata da pochi grandi gruppi finanziari) possiamo difendere i nostri valori fondamentali riassumibili nei principi di libertà e giustizia sociale. Come cioè l’Europa può evitare la propria marginalizzazione che significherebbe uno spostamento alla periferia della storia non solo e non tanto di un continente, ma di un insieme di politiche sociali e dei diritti civili e politici costruiti, faticosamente, in un paio di secoli. Punti interrogativi che il successo del Fonte nazionale in Francia ha solo reso più stringenti. La domanda chiama in causa soprattutto la sinistra, e in particolare quella parte politica che più di ogni altra in Europa s’è distinta per aver edificato un sistema di libertà e welfare, quel campo di forze che stanno nel Pse, di cui recentemente (febbraio 2014) anche il Pd è entrato a far parte in maniera organica. La risposta (se pur non esaustiva) forse si può ricavare da due recenti testi che in maniera differente si occupano della questione. Un bel libro-intervista a Fausto Bertinotti firmato da Carlo Formenti (editore Jaca Book – Fuori Pista) dall’emblematico titolo “Rosso di sera – Fine della socialdemocrazia”. E un saggio di Marc Lazar sull’ultimo numero della rivista Il Mulino dal titolo (anch’esso inequivocabile) “La crisi della socialdemocrazia non ha fine”.

Bertinotti cerca l’introvabile

La diagnosi dell’ex leader del Partito della Rifondazione comunista è ovviamente impietosa quanto definitiva. Per Bertinotti la socialdemocrazia è morta, uccisa proprio dal fallimento di quel compromesso tra capitale e lavoro, che aveva tentato (inutilmente a suo avviso) di rendere fruttuoso attraverso una redistribuzione a favore delle classi meno abbienti della ricchezza prodotta. Ed oggi quindi alle socialdemocrazie e ai partiti socialisti non rimane altro da fare che gestire lo status quo di un modello liberista sempre più divisivo (verso le classi sociali più povere) e ingiusto. Insomma dei più o meno capaci amministratori di condominio che hanno perso, per sempre, qualsiasi aspirazione a costruire un nuovo edificio. Questo, per Bertinotti, avviene dal momento in cui il motore del socialismo europeo, cioè la socialdemocrazia tedesca a Bad Godesberg rinuncia definitivamente al progetto di superamento del sistema capitalistico e comincia a individuare il nemico nei comunismi, sia quello realizzato e totalitario che sta al di là della Cortina di Ferro sia quello che si muove a fatica (con l’eccezione dell’anomalia Pci in Italia) nel campo occidentale. Il prodotto finale è una sconfitta non solo della ideale di poter un giorno “cambiare lo stato delle cose esistenti”, ma anche della stessa democrazia che resta nel suo involucro esterno (e così Bertinotti rilancia la storica diatriba fra democrazia forma e e democrazia sostanziale) ma completamente svuotata di ogni reale contenuto democratico. Anche tentativi di rianimarla per Bertinotti (che cita il Labour di Millibrand sconfitto per l’incapacità di superare l’eredità neoliberista di Blair) sono ingenui quanto inutili visto che oggi i partiti socialisti, e primo fra tutti il Pd, non sono altro che “partiti del governo”: gestori che, appunto, esistono solo in quanto stanno nel Palazzo. La speranza quindi va cercata fuori di lì. Non certo, ammette Bertinotti, nella ricostruzione di un partito o movimento comunista dato che troppo grandi sono state le malevole incrostazioni che la storia del totalitarismo gli ha lasciato addosso. Ma in un altrove che ora ha solo alcuni tratti visibili. Il punto infatti è che è cambiata la base del conflitto: non più la lotta di classe, destra e sinistra, ma il conflitto fra alto e basso. Fra chi è dentro al sistema e ne ricava benefici e chi ne viene escluso. «Ad affermarsi oggi, secondo me, è il conflitto alto/ basso, la parte che si ribella contro l’alto della società. Questa novità può dare luogo a soggettività politiche forti non di governo, anzi anti-governative, spesso avverse all’intero sistema politico» scrive Bertinotti. Qui può aversi (annota speranzoso Bertinotti) l’evento che crei “l’esistenza di un inesistente”. “Ora che una storia è finita – chiosa, bisogna, di nuovo, mettersi in attesa dell’evento e lavorare perché accada”.

Lazar e i riformisti silenti

Nell’attesa di questo evento allora può essere utile dare un’occhiata al saggio di Lazar e alla questione che pone di fronte ai riformisti europei. Che la socialdemocrazia sia in crisi è questione non discutibile, sostiene e direttore del Centre d’Histoire de Sciences di Parigi e presidente della School of Government della Luiss. Ma, fa notare, è già successo parecchie volte in passato. Negli anni ‘30 quando subiva la concorrenza dei partiti comunisti e vedeva le vittorie dei fascismi e dei nazismi. Negli anni’70 quando finì sotto l’incudine delle contestazioni giovanili. E poi negli anni ‘80 quando sembrò non avere più risposte adeguate alla crescente forza del neoliberismo targato Reagan e Thatcher e il crollo dei regimi comunisti. E, appunto, quella dei giorni nostri in cui l’erosione di consensi (e ruolo) appare sempre più consistente e preoccupante. «La socialdemocrazia sa, per esperienza, che a fasi di espansione si alternano fasi di contrazione. Ora, il proVladimiro Frulletti blema è capire se la sua plasticità funziona ancora. O meglio, se ha ancora delle possibilità di entrare in gioco». Fin qui infatti i partiti raggruppabili nel Pse si sono sempre ripresi, ma oggi non s’è certi che potrà accadere di nuovo. Perché, fa notare Lazar, il loro consenso non solo s’è ridotto di molto (Lazar cita lo studio di Pier Martin sui dati dal 1945 al 2014 che dimostra che mediatamente hanno perso oltre il 10% dei voti nel primo decennio del nuovo secolo), ma è calato quasi di pari passo anche quello dei loro storici avversari, i partiti conservatori. Il che fa pensare che «i partiti di sinistra sono associati all’ “establishment” o alla “casta”, attaccati quotidianamente dai populisti». Un’analisi che richiama la nuova dicotomia alto/basso citata da Bertinotti. C’è cioè un nuovo conflitto fra chi sta dentro (i palazzi, i poteri, le tutele, i diritti) e chi sta fuori. Una dicotomia fra chi sta ai piani alti e chi vive nei sottoscala che la globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia ha reso esplicita limando (fino quasi a consumarli) i tradizionali contenuti di alcuni parole chiave della socialdemocrazia. La democrazia è ancora reale se le decisioni fondamentali sono prese da attori non eletti democraticamente come le 30 più grandi banche mondiali che, come ricordava Alfredo Reichlin, detengono il 76% del Pil mondiale? E l’Europa, che hanno costruito anche i socialisti, con le sue istituzioni non elette democraticamente dai popoli europei (Parlamento a parte) è davvero un organismo sovranazionale democratico? E il welfare statale sempre più esclusivo (e costoso) è davvero il modello che garantisce ancora inclusione sociale? Tutte questioni ingigantite dalla crisi economica scoppiata nel 2008.

Tre risposte da sinistra

Tre le risposte che Lazar vede avanzare da sinistra. Quella liberal, legata alla Terza Via blairiana che punta al risanamento dei conti pubblici e vede “la crescita attraverso una politica dell’offerta pur realizzando riforme sociali e dei diritti civili” e che “non nasconde il desiderio di uscire dalla tradizione socialdemocratica per addentrarsi in nuovi territori”, ed è qui che Lazar colloca il Pd di Renzi. Poi quella dei fedelissimi alla tradizione classica della socialdemocrazia “che, pur riconoscendo la necessità di ridurre il debito e il deficit pubblico, sono favorevoli a una politica della domanda con una forte ridistribuzione sociale”, con un sottinteso di interventismo statale. E infine la terza, che “critica ogni principio di austerità, rimprovera l’Europa e chiede una alternativa globale”. Una tendenza quest’ultima che sta dentro il Pse (il successo di Corbyn nel Labour), ma anche fuori. È quella che Lazar chiama “sinistra della sinistra” che assume o posizioni più istituzionali (ad esempio la Linke in Germania, la minoranza del Pd) o più movimentiste (come Podemos in Spagna). E che in Italia ha perlomeno già generato tre rivoli: Civati, la Sinistra italiana di Fassina e Sel, la Coalizione sociale del leader Fiom Landini. Una sinistra populista (pur priva di un grande seguito popolare), che in Grecia con la divisione di Syriza e la vittoria di Tzipras su Varoufakis ha subito un’oggettiva sconfitta, e che non riesce a sfondare nel fronte della protesta per la concorrenza più efficace di altri movimenti. In Francia, spiega Lazar, è il Front National della Le Pen il partito più forte fra gli operai. E in Italia il Movimento 5 Stelle sta costantemente attorno al 25-30% dei voti in tutti i sondaggi. In più la sinistra cosiddetta radicale vive con profonda contraddizione il proprio rapporto col governo. “Partecipare al potere, esercitare delle responsabilità, governare e quindi operare delle scelte è considerato rischioso, perfino sporco e perverso. Meglio allora restarsene nella purezza nell’opposizione”, scrive Lazar.

Questioni ineludibili

Nondimeno la “sinistra della sinistra” pone questioni che la socialdemocrazia deve comunque affrontare. Per lo studioso francese infatti “le fondamenta del divario sinistra-destra” non costituiscono “più in nessun modo la summa divisio esclusiva”. Perché altre sono le divisioni dell’oggi. “Vi sono altri divari forti – scrive Lazar – che devono essere considerati, in particolare quello verticale, tra il popolo e le élite, e quello che oppone i sostenitori di una società aperta e coloro che sono tentati da un ritorno al locale, al regionale o al nazionale. Ciò lascia intravedere delle grandi ricomposizioni politiche e alcune, del resto, sono già in corso”. Per cui è giunto il tempo “che i riformisti si impegnino in una riflessione approfondita – ed europea – invece di accontentarsi di una gestione nel breve periodo o di adagiarsi sulle eventuali prodezze comunicative dei loro leader”.

Vedi anche

Altri articoli