La sinistra vive nella lotta alle disuguaglianze, non nel recinto del Sì o del No

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Primo settembre - Bandiera Pd

Serve un terreno comune. Dagli Usa un tornado che può travolgere la rappresentanza democratica

Se il 9 novembre dell’89 ha unificato l’Europa e messo fine al dopoguerra più lungo, l’8 novembre di questo 2016 può condizionare la storia dell’Occidente e delle democrazie. Ha vinto Donald Trump e lui, l’inquilino prossimo alla Casa Bianca, ha una biografia che parla. Per i prossimi quattro anni dovrà rinunciare a un velivolo privato, un bestione dei cieli da trecento posti modificato secondo la bisogna. Rubinetti di pregio, stanza da letto e massimo comfort, tecnologie d’avanguardia. Tutto al servizio di un Tycoon che sbarca a Washington sull’onda del consenso razziato nel ceto medio immiserito che l’America, al pari di noi, ha visto decuplicarsi negli anni della crisi.

Non lo hanno votato nove neri e otto ispanici su dieci. La maggioranza assoluta delle donne e dei giovani sotto i trent’anni. Ma non è bastato. Ha vinto. E adesso l’America si ritrova un presidente che vuole alzare un muro al confine col Messico, che controlla Senato e Congresso, che nominerà chi si teme alla Corte Suprema. Mr. Trump, il presidente Trump, parla di un piano senza eguali di risorse per creare nuovi lavori. Ma non è Keynes. È l’espressione della destra che sognava il riscatto dopo l’onta di Obama, l’uomo venuto da chissà dove con le sue utopie. Difficile dire adesso la fine prevista per una sanità di tutti, ma lecito toccare ferro. L’uomo politico tra i più potenti della terra controllerà i codici nucleari, dibatterà con Putin e, numeri alla mano, detterà legge a una nazione già percorsa dai veleni di un conflitto fino a ieri confinato al cinema.

Il KKK (la sigla criminale dei bianchi razzisti e incappucciati) annuncia una marcia di rivendicazione. Non so di che si parla. Magari saranno quattro gatti, ma il fatto che un cristiano osi resuscitare il marchio dovrebbe indurre da sé qualche domanda. Saranno tempi turbolenti verrebbe da dire, ma già a pensarlo ci si rende conto della banalità. Il vecchio Bernie Sanders avrebbe potuto fermare il vento? Chi può dirlo! Al fondo aveva dalla sua un paio d’armi polemiche. Giocava una carta – l’ostilità all’economia globale senza diritti – che al pifferaio della destra qualche consenso avrebbe strappato. Ma le onde, quando si alzano, non si placano a mani nude. E la sinistra, sulle due sponde dell’Atlantico, questa verità dovrebbe assumerla senza riserve, piantarle gli occhi addosso e prendere misura dello strappo. A fine estate un report della Mc Kinsey ha spiegato che nelle 25 economie più ricche del pianeta la crisi ha espropriato il ceto medio di certezze cumulate in settant’anni di progresso. Sette famiglie su dieci si sono risvegliate più povere. In assoluto vuol dire una cifra pazzesca, qualcosa tra 540 e 580 milioni di persone. Un impoverimento simile non si era prodotto dalla fine dell’ulti – mo conflitto mondiale. Solo cifre? Statistiche da rimpallarsi nei seminari di economia? No, l’opposto. Per capirlo parliamo di noi, del cortile di casa. In quella ricerca l’Italia si guadagnava un primato, al negativo.

Di quell’impoverimento siamo tra i più colpiti, il 97 per cento delle famiglie al termine dell’ultimo decennio si ritrova col medesimo reddito di prima o persino meno. Dietro di noi, a breve distanza, gli americani con l’80 per cento e poco oltre britannici e francesi. La medaglia d’oro? È della Svezia. Lassù è solo il 20 per cento ad aver sentito la grande crisi sulla pelle. E la differenza, come si usa e si sa, sta tutta nell’intervento pubblico, politiche sociali e di welfare, riconversione all’impiego, sindacalizzazione e sussidi. Dopo quella terapia la percentuale di famiglie svedesi impoverite scende al 2 per cento. Nulla. Qui e al di là dell’Atlan – tico, invece, la crisi ha fatto danni. Macelleria sociale avremmo detto un tempo. Certo, Obama ha recuperato per intero i posti perduti e lascerà Washington con la disoccupazione sotto al 5 per cento, minimo storico. Ma per riuscirci ha spinto il deficit all’11 per un paio d’anni, da noi peggio che bestemmiare in chiesa. E comunque neppure lui, l’uomo dei miracoli, ha garantito a quei posti recuperati un salario che si muovesse, non dico sopra, ma al pari col mondo di prima col che l’effetto miseria si è manifestato nella sua portata. Ora, per capirlo non serve sbarcare nel Michigan. E neppure per forza (anche se lo consiglio) devi andarti a vedere l’ultimo film di Ken Loach. Pure in questo caso bastiamo noi. A Piombino i posti di lavoro si sono salvati, in buona misura riconvertiti. Ma oggi parte di quegli operai tirano avanti con 800 euro al mese e svolgono mansioni declassate rispetto a prima. Come si può pensare che cambiando a quel modo la vita delle persone non cambi assieme il loro modo di pensare. Di guardare alla vita. Di sperare che tutto domani possa sistemarsi. Come facciamo a non capire che la priorità della sinistra sta lì? In quella cucina, a fine cena, dove una coppia fa di conto e capisce che forse uno dei due figli all’università non potranno mandarcelo. O che la spesa dell’appare cchio ai denti per il più piccolo sbarellerà il bilancio del semestre. Trump nasce anche da qui. E la stranezza è che un miliardario dai valori improbabili divenga paladino della domanda di giustizia, o della semplice ribellione, del mondo degli ultimi. O dei penultimi. Questo è il paradosso.

Che la sinistra nella storia lunga dell’ultimo secolo è sorta per contrastare disuguaglianze immorali. Ma quando quella forbice tra pochi privilegiati e una massa di nuova plebe si è materializzata sotto i nostri occhi, quando le ragioni che la sinistra avevano ispirato si sono fatte più pressanti, esattamente in quel passaggio non abbiamo trovato parole per fissare una nuova egemonia. Si giocava la partita della vita e abbiamo rischiato di non scendere in campo. Perché prima prigionieri di una gabbia di valori che, a dirla tutta, non erano i nostri. Come se liberalizzare per un verso e costituzionalizzare il pareggio di bilancio potesse assolverci dai nostri peccati.

Poi sotto l’urto della crisi abbiamo invocato la virtù keynesiana e la certezza che il moltiplicatore degli investimenti pubblici avrebbe dominato quello della detassazione. Il che, per inciso, è sacrosanto dire. Ma anche questo da solo non basta. Perché dall’America non arriva solo il messaggio di una sinistra che perde la sfida del sociale. Da lì arriva un tornado, una raffica che può travolgere la rappresentanza che ha sorretto certezze e pilastri della democrazia, almeno per come l’abbiamo conosciuta fin qui. A partire da un presidente degli States che espugna il santuario della democrazia contro il volere del suo stesso partito. Tutte cose che dovrebbero restituire al confronto di questi mesi la dimensione che sola giustifica il metter mano alle regole, siano quelle che ordinano lo Stato o come si eleggono i rappresentanti del popolo. Insomma, una volta per tutte sarebbe da archiviare l’idea che riscrivi un terzo della Carta fondamentale per risparmiare un pugno di milioni e poltrone. E dovresti dire, dovremmo dire, che la ragione ultima di quella fatica è nella presa d’atto che senza adeguare anche le regole, oltre ai soggetti, il rischio è che il compromesso su cui si sono fondate le costituzioni del ‘900 non regga all’urto. Dovremmo dire, come diciamo, che nessuno tocca l’articolo primo e la scelta di fondare la Repubblica sulla democrazia e sul lavoro. Ma che sentiamo per intero il peso e la responsabilità dell’agi – re politico in una società e un Occidente dove quel primato viene aggredito nella sua essenza. Smentito nella sua natura di diritto essenziale alla cittadinanza del singolo e collante che tiene unità la collettività. Lavoro svilito, umiliato, sottratto. E con esso i diritti e la complessa architettura istituzionale che quel modello di società e convivenza aveva regolato nel tempo. Ecco perché quelle statistiche sull’impoverimento parlano di noi. E parlano alla politica che servirebbe.

Ed ecco perché resto convinto, al netto delle divisioni di adesso, che la prova a cui siamo chiamati – tutti – è quella del giorno dopo. Insisto, nessuno può pensare di rinchiudere la sinistra in uno dei due recinti, del Sì o del No. E lo stesso tentativo che ho sostenuto firmando il documento che prevede l’elezione dei senatori e i pilastri della nuova legge elettorale ha questo scopo. Indicare un terreno comune almeno sulle regole della rappresentanza e ridurre quelle distanze che nel dopo non possiamo permetterci. Perché se quelle divisioni non proviamo a superare la conseguenza sarebbe una sinistra frammentata e divisa obbligata a curarsi le ferite, ma senza ambizione di dominare la scena. Cosa impedisce a chi voglia vedere, di scorgere dove siamo arrivati?

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