La Sinistra Ue batta un colpo

Europa
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In questa legislatura europea, grazie alla spinta della famiglia social-democratica si è determinato un primo significativo riorientamento delle politiche verso la crescita e la solidarietà

La riunione dei leader socialisti e democratici europei che si svolgerà domani a Roma costituisce un fatto politico di notevole rilievo. Al vertice del Pse che si tenne alla vigilia del Consiglio europeo di dicembre, Matteo Renzi aveva lanciato una discussione tra i progressisti europei sulla necessità di un cambio di passo nell’agenda politica e nell’iniziativa socialdemocratica a livello continentale. Da lì si è aperto un processo, che ha visto una prima tappa nel vertice convocato da Hollande all’Eliseo a marzo, a cui ha preso parte come invitato anche il premier greco Tsipras, e che domani vedrà un altro importante appuntamento a Roma.

Le ragioni di tale iniziativa sono evidenti: in questa legislatura europea, grazie alla spinta della famiglia social-democratica e soprattutto del Partito democratico si è determinato un primo significativo riorientamento delle politiche europee nella direzione della crescita e della solidarietà, che si è tradotto nell’introduzione della flessibilità nella conduzione delle politiche di bilancio, nel varo del Piano Juncker e nelle prime – anche se tardive e insufficienti – iniziative della Commissione sul tema dei rifugiati e dei migranti.

Sono risultati che non vanno sottovalutati: in particolare la decisione di concedere più di 25 miliardi di flessibilità all’Italia tra il 2016 e il 2017 marca una svolta di grande importanza destinata ad avere un impatto positivo non solo sulla ripresa italiana (scongiurando una stretta fiscale che avrebbe avuto conseguenze disastrose sull’economia) ma anche sulla domanda aggregata a livello dell’eurozona, compensando almeno in parte la politica troppo restrittiva di alcuni paesi in primo luogo la Germania. L’asse politico della Commissione si è spostato verso il centrosinistra e contemporaneamente, grazie al processo dello Spitzenkandidaat e al modo con cui i socialisti e democratici europei lo hanno interpretato, le dinamiche comunitarie e politiche transnazionali si sono rafforzate rispetto a quelle intergovernative e funzionalistico-tecnocratiche. Al tempo stesso, l’azione esterna ha acquisito maggiore coerenza e dinamismo e come dimostra l’accordo con l’Iran ha contribuito a risultati di grande importanza.

E tuttavia, per rilanciare la crescita e l’occupazione in uno scenario mondiale segnato dai rischi di grande stagnazione, per ricucire le profonde fratture sociali e culturali interne alimentate dalla crisi economica e dalla portata dei processi migratori, per affrontare un quadro geopolitico inedito e complesso, occorre uno scatto in avanti e un salto di qualità nella definizione di politiche e di strumenti adeguati dell’Unione. Servono una visione forte e un’ambizione alta, e al tempo stesso occorre innescare un processo politico reale collegando di più la discussione sugli strumenti a quella sugli obiettivi concreti e individuando interlocutori e alleati nella società e non solo nella politica.

D’altronde le potenzialita di un’Europa ancora lontana dal dispiegare la sua forza sono enormi: siamo il primo pil al mondo, la prima potenza commerciale, i primi per aiuti allo sviluppo, una potenza culturale senza pari. Il modello sociale europeo resta il più avanzato del pianeta e la società civile del nostro continente, seppure attraversata da tensioni e spinte regressive, ha una ineguagliabile ricchezza non solo economica ma sociale, civile e culturale, e una unità profonda che connette le sua diversità in una fitta trama di relazioni ancorate a una storia plurale ma comune.

Per rimettersi in marcia e rilanciare su basi più solide la sua unità l’Europa ha bisogno di più domanda interna, più investimenti e di maggior convergenza delle politiche economiche; di un pieno sviluppo del proprio mercato unico e di migliori strumenti comuni di integrazione e coesione; di innovazione e di coraggiose riforme e di maggiore condivisione del rischio, di risorse proprie e di una governance basata su istituzioni e non solo su regole, di una cittadinanza basata su uno spazio comune dei diritti e di una capacità di manovrare in modo coerente e integrato i diversi strumenti della sua azione esterna intorno a strategie e obiettivi politici. Soprattutto, ha bisogno di pensare il futuro e di costruire una dimensione europea della politica.

È a questo orizzonte che devono guardare i progressisti europei. Una nuova stagione del riformismo europeo deve superare i limiti degli anni Novanta, quando una serie di vittorie dei progressisti non portò a una visione condivisa del futuro e alla costruzione di una soggettività politica comune. La strategia di Lisbona decisa nel 2000, l’ultimo grande progetto del centrosinistra europeo, è stata attuata solo parzialmente e ha mostrato i suoi limiti (oltre ad alcuni punti di forza ancora attuali come la centralità attribuita alla conoscenza), tra cui non ultimo è stato la scissione tra politiche (e politica) nazionali ed europee. La sfida di rilanciare la crescita, la coesione, la qualità dello sviluppo, e di costruire l’unità plurale degli europei può essere affrontata e vinta liberandoci dall’idea di un declino inevitabile dell’Europa e della sinistra, e candidando i progressisti ad essere i protagonisti della costruzione della democrazia europea.

Il vertice di Roma può segnare una tappa importante in questa sfida di cambiamento.

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