La sinistra tra vecchio e nuovo

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La conversazione di Serra, Merlo e Macaluso stimola il dibattito: un nuovo contributo che penso possa essere utile da un punto di vista diverso

Caro direttore,

ho letto con interesse la lettera di Emanuele Macaluso a l’Unità (e la risposta di Serra), apprezzandola non solo in quanto lettore dei suoi corsivi quotidiani, ma sopratutto perché solleva temi fondamentali e mi sembra positivo che l’Unnità dia spazio a sollecitazioni – e a dubbi – così importanti.

Invio questo contributo al dibattito perché penso possa essere utile un punto di vista diverso, evocato tanto nella conversazione di Serra e Merlo quanto da Macaluso, quando fa riferimento alle “nuove generazioni”. Del resto, questo tema è presente in tutto il ragionamento di Serra: “noi sessantenni di sinistra” è il soggetto del suo discorso.

Mentre Macaluso si dichiara di una generazione «più antica di Serra» ed è da questo punto di osservazione che discute l’alternativa tra il «vecchio» e il «nuovo», chiedendosi se non sia pensabile «una ricerca comune per trovare uno sbocco» verso un dibattito sul presente che all’estero (ad esempio nel Labour Party britannico) sembra assai più vivace e incisivo. L’età di per sé non rivestirebbe grande importanza se non riflettesse esperienze storiche ed esistenziali diverse. Se i sessantenni hanno sperimentato un progressivo disincanto rispetto al «mondo» e alle idee che avevano conosciuto (mondo della cui «fine» non sono forse del tutto privi di responsabilità), i quarantenni –di cui Serra individua i due «tipi» principali in Di Maio e nella Boschi –partono dal dato di questa fine. Ma sarebbe un errore – come Serra sembra fare – ridurre anche i venti-trentenni a questo modello, senza considerare il nuovo contesto storico che la crisi ha generato, lasciando poco spazio a residue illusioni sulla «fine della storia».

Le questioni che il presente ci squaderna di fronte – la crisi di un modello economico neoliberale senza che però vi siano ancora credibili alternative, il problema di definire nuove regole per la globalizzazione, la ridefinizione della geopolitica mondiale («pivot to Asia», nuovi equilibri mediorientali, ruolo della Russia), l’Unione Europea in bilico tra crisi e rilancio, le trasformazioni economiche in corso (Industria 4.0, Internet delle cose, Big Data, sharing economy) e il loro impatto sul lavoro e sulla società, la trasformazione della sfera pubblica nell’era della digitalizzazione, il problema di costruire forme politiche adeguate ai processi in corso – tutto questo richiede risposte che evidentemente sfuggono a qualunque dicotomia vecchio -nuovo. Anzi, è proprio questa contrapposizione ad apparire oggi vecchissima. Dire allora che non possiamo rispolverare vecchie soluzioni è tanto ovvio quanto inutile.

Al tempo stesso è certamente da abbandonare l’idea che esistano soluzioni uniche sulle quali si tratterebbe di convergere. Si tratta invece di dividersi – certo – ma su questi problemi. È a partire da essi, eventualmente, che si deve cercare di ridare senso alla parola sinistra. È un percorso non facile, certo. Un piccolo tentativo abbiamo voluto farlo con un gruppo di ragazzi cercando di costruire una rivista cartacea e online di nome Pandora (www.pandorarivista.it) che si interroga proprio su questi temi. Ma altri seguono percorsi diversi cercando, per prove ed errori le forme per dire qualcosa sul presente. Bisogna certo rifiutare ogni nostalgia, ma anche superare le damnatio memoriae di un passato, che oggi possiamo guardare come quel «pozzo» a cui attingere l’acqua, di cui parla Giuseppe Provenzano nella sua bella introduzione all’ultimo libro di Macaluso.

Per affrontare seriamente i problemi non basta un impulso al cambiamento, che pure è fondamentale, ma bisogna indicare forma e direzione del cambiamento. Prima ancora di essere «anti-» o «pro-» qualcuno, questo significa costruire una cultura politica, renderla patrimonio di molti, trasformarla in idee-forza e in politiche attuabili. Insomma, provare ancora a fare politica, nonostante tutto.

Giacomo Bottos ha 30 anni ed è direttore della rivista di elaborazione politica Pandora 

Foto di Juan Felipe Rubio, Flickr

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