La sinistra-sinistra tra Bernie Sanders e Giggino’a manetta

Sinistra
epa05354095 US Democratic Party presidential candidate Bernie Sanders speaks at a campaign rally at the D.C. Armory in Washington, DC, USA, 09 June 2016.  Earlier in the day, President Obama met with Sanders about the future of his campaign; Sanders said he looks forward to working with Hillary Clinton to defeat Donald Trump.  EPA/JIM LO SCALZO

Due alternative: individuare nella sinistra riformista il nemico principale e finire vampirizzati dal populismo pppure scegliere la strada di Zedda, e considerarsi la componente di sinistra di un centrosinistra a trazione riformista

Legare al voto locale le sorti del governo sarebbe assurdo; ignorare i segnali del voto, miope. Il più importante di tali segnali riguarda l’emergere di una contrapposizione tra l’alto e il basso, tra il popolo e le elites (ne ha parlato Francesco Rutelli su questo giornale) che scompone la vecchia strutturazione sociale dell’elettorato e si sovrappone, pur senza annullarla completamente, all’asse destra/sinistra.

È un problema molto serio che attraversa l’Europa e gli Stati Uniti. In questo senso il voto delle elezioni amministrative ci mostra un problema più generale: le grandi periferie urbane hanno abbandonato le forze progressiste. In verità non è un problema nuovo (a Roma si pose già con la vittoria di Alemanno nel 2008) ma è nuova la forma politica che assume, il M5S, populista, interclassista e trasversale, interprete della dinamica alto-basso, dinnanzi al quale non servono gli esorcismi. Così come è illusorio pensare che possa evolvere in una dimensione di governo: può mostrare volti «rassicuranti» per non spaventare gli elettori moderati ma fallisce nell’azione di governo perché per governare bene dovrebbe abbandonare la logica anti-sistema che lo fa vincere.

La sinistra riformista deve capire come dal governo possa dare risposte a questi segnali. Il Pd di Renzi era sembrato riuscire a farlo alle europee, con un mix di riformismo di governo e di critica alla vecchia politica. Una «narrazione» efficace che per riproporsi come vincente deve ascoltare la protesta e il disagio sociale e offrire sui territori una nuova classe dirigente credibile.

La sinistra più radicale, marginalizzata dal voto, vede invece messa in causa la propria stessa sopravvivenza. Sarebbe molto utile che, al di là della polemica politica quotidiana, ci fosse una contaminazione nella discussione. La sinistra radicale ha due strade alternative: individuare nella sinistra riformista il nemico principale e finire vampirizzati dal M5S, come a Torino, o fagocitati da una coalizione a trazione populista, come a Napoli. Oppure scegliere la strada di Zedda, e considerarsi la componente di sinistra di un centrosinistra a trazione riformista, in grado di intercettare il disagio e la protesta con una visione generale e con azioni e misure c o n c re te. Sull’Unità nei giorni scorsi abbiamo letto le interessanti riflessioni di Fava, Ferrara e Giordano.

C’è una sorta di spaesamento, perché (ma questo era già chiaro con il fallimento di Rivoluzione Civile nel 2013) l’elettorato popolare che volta le spalle alla sinistra riformista scavalca il voto per la sinistra radicale e premia il M5S o si rifugia nell’astensione. Si regredisce in una vecchia visione operaista che non viene premiata neppure a Torino, dove il candidato era uno storico leader della Fiom. La ragione è che la crisi industriale ha anche portato via con sé la cosiddetta «egemonia operaia» che si proiettava sulla sinistra e aggregava attorno a sé il voto popolare. L’operaio non vota automaticamente a sinistra (anche questo non è un fenomeno nuovo) anzi, tende a votare chi lo tutela dalla concorrenza degli ultimi arrivati, gli immigrati, mentre i giovani precari e disoccupati vedono nell’operaio un «privilegiato» e votano gli anti-casta.

Nell’un caso e nell’altro non pensano neppure lontanamente di votare per la sinistra radicale e scelgono chi si presenta come rappresentante del basso contro l’alto, del popolo contro la casta. In questa rappresentazione della realtà i sindacati sono casta quanto se non più dei partiti.

Se alziamo un momento lo sguardo ci accorgiamo che in tutto il mondo esistono problemi simili. Negli Usa, la protesta contro l‘estabilishment premia Bernie Sanders, che è riuscito a intercettare il voto di protesta dei giovani e degli operai contro l’egemonia di Wall Street. La tradizione dei democratici americani, quella del partito-coalizione, sembra però in grado, attraverso una competizione durissima ma alla fine ricomposta, di inglobare almeno una parte della rivolta anti-sistema e di convogliarla sul candidato con maggiori possibilità di vittoria contro il populismo reazionario di Trump. Il movimento anti-estabilishment, i cambiamenti della struttura sociale, il mutare della rappresentanza politica richiedono una ridefinizione delle forze progressiste riformiste ma anche di quelle radicali. Insomma, alla sinistra radicale servirebbe un Bernie Sanders, ma rischia di finire in braccio a Giggino’a manetta.

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