La sinistra italiana ha scelto come ideologo Stiglitz. Non era meglio Marx?

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Perché non avere il coraggio, dopo la scissione dal Pd, di ripartire Karl Marx?

Il nuovo partito della Sinistra Italiana ha scelto come ideologo di riferimento il premio Nobel Joseph Stiglitz, celebre, tra l’altro, per i suoi scritti sull’ampliamento della diseguaglianza. E’ un’indicazione ad effetto che non si presta a critiche, ma forse, per restare nel solco della tradizione comunista, si sarebbe potuto osare di più. A mio parere, Jeremy Rifkin, per intendersi quello della  ‘’marginalità a costo zero’’, ovvero l’impatto dell’innovazione tecnologica sui ricavi e lo stesso Karl Marx, permettono di dare una lettura contemporanea più adeguata ai tempi che viviamo. E più coraggiosa. Nell’ultimo decennio il fenomeno del costo marginale zero ha seminato lo scompiglio nell’industria dei prodotti d’informazione: milioni di consumatori si sono trasformati in prosumers (produttori e consumatori) e hanno iniziato a produrre e condividere musica attraverso i servizi di file sharing, video attraverso YouTube, sapere attraverso Wikipedia, notizie personali attraverso i social media, e-book gratuiti attraverso il web, persino la propria casa attraverso community di viaggiatori come Airbnb. Il fenomeno del costo marginale zero, nell’ottica rifkiniana, ha quindi messo in ginocchio l’industria discografica, estromesso dal mercato giornali e riviste, indebolito l’editoria libraria e chissà che non metta in difficoltà anche il mondo del credito molto prima di quanto non si pensi, dopo aver creato problemi al turismo (con Airbnb & c) e ai trasporti (Uber). Qualcosa di molto vicino a uno tsunami. In molti, anche negli Usa, avevano preso questo ciclo sotto gamba.

Secondo le previsioni della Cisco Systems, nel 2022 l’Internet delle cose genererà risparmi ed entrate per 14.400 miliardi di dollari: si tratta di una cifra enorme. Uno studio della General Electric (appena superata da Facebook come capitalizzazione di borsa) sostiene che nel 2025 i guadagni di efficienza e produttività resi possibili da una struttura Internet industriale intelligente potrebbero interessare tutti i settori economici, investendo “circa metà dell’economia globale”.
Per Rifkin, cambierà completamente il ruolo delle multinazionali, il mercato diverrà ‘’più democratico’’. Ma con quale impatto sull’occupazione? La sharing economy, oltre a imporsi come trend di successo nella convegnistica, in Europa sta creando o distruggendo lavoro? E’ una domanda cui lo stesso Stiglitz non riesce a dare una risposta.
Qualche cifra sull’economia digitale può però aiutare. Airbnb vale 26 miliardi di dollari, ha raccolto fondi per 2,3 e occupa circa 500 dipendenti. Snapchat è quotata dagli analisti 26 miliardi, ne ha raccolti 1,2 e dà lavoro fisso a 400 individui. Uber, varrebbe tra i 40 e i 50 miliardi, ha trovato risorse per 6 miliardi e ha circa 500 salariati diretti (esclusi, per ora, gli autisti). Se si aggiungono al podio altre sette magnifiche imprese innovative digitali quali Palantir, Spacex, Pinterest, Dropbox, Wework, Theranos e Square, si arriva a oltre 80 miliardi di dollari di valutazione e non più di 10.000 addetti. Insomma, molto capitale e poco lavoro. Karl Marx – molto prima dell’economista di Denver e di Stiglitz –  aveva già a suo tempo trovato una definizione perfetta per questa rivoluzione digitale. ”La possibilità di fare oggi una tale cosa e domani un’altra, di cacciare al mattino e di pescare nel pomeriggio, di praticare l’allevamento la sera e di fare della critica dopo i pasti. Tutto a proprio piacimento, senza essere pescatore, cacciatore o critico”. Sono passi scritti dal filosofo nel 1846 e trasposti nella sua opera, L’ideologia tedesca. Eppure sembrano pensati oggi per definire il pianeta delle condivisioni, dove il capitalismo sembra ammantarsi di libertà, nell’attimo stesso in cui genera immensi profitti e un miliardo di utenti in un solo giorno si connettono a Facebook regalandogli sogni, desideri e identità. È l’economia collaborativa, che si è materializzata decenni dopo la caduta del Muro e sembra aver creato spazi inimmaginabili per i consumatori e per la creazione di plusvalore: sì, proprio ”quel” Capitale, che continua comunque a dividere i fattori della produzione da chi li impiega e dovrebbe essere al centro del pensiero economico della neonata SI.
Le teorie dei economisti contemporanei non aiutano infatti a prevedere cosa accadrebbe se i fattori della produzione restassero sempre in mano a Zuckerberg e agli altri miliardari della rete, lasciando un’illusione di benessere ai ‘’condivisori’’.  Il caro vecchio Marx, insieme ad Friedrich Engels, l’ha scritto e previsto nel Manifesto del Partito Comunista, che in teoria dovrebbe ancora ispirare Sinistra Italiana. ‘’Il continuo sconvolgimento della produzione comporta la dissoluzione di tutti i rapporti stabili e irrigiditi con il loro seguito’’ mentre ‘’col rapido miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, con le comunicazioni rese infinitamente più agevoli, la borghesia trascina nella civiltà tutte le nazioni, anche le più barbare, costringe tutte le nazioni ad adottare il suo sistema di produzione, se non vogliono andare in rovina. In una parola, essa si crea un mondo a propria immagine e somiglianza’’.
L’ideologia marxista sembra avere ancora quegli elementi visionari e attuali che spiegano meglio di altre teorie l’ubercapitalismo di oggi, risultato finale della sottrazione del ruolo dello Stato-padrone all’utopia comunista. Perché non avere il coraggio, dopo la scissione dal PD, di ripartire coerentemente da li’?

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