La sinistra e le disuguaglianze

Politica
EPA/SEBASTIAN SILVA

Nel suo libro l’economista francese Thomas Piketty si è concentrato su un fenomeno prima sottovalutato: l’enorme aumento dei redditi e della ricchezza dell’un per cento più ricco della popolazione

Thomas Piketty ha dedicato gli ultimi anni della sua carriera a documentare l’evoluzione dei redditi e della ricchezza individuale nel corso del ventesimo secolo. Questa documentazione è stata poi utilizzata in un libro di enorme successo, “Il Capitale nel XX Secolo”, che lo ha reso famoso presso il grande pubblico. Per alcuni, Piketty ha contribuito a cambiare l’agenda della sinistra, spostando l’attenzione dai temi della crescita economica e della lotta alla povertà a quelli della disuguaglianza.

In particolare, egli si è concentrato su un fenomeno prima sottovalutato: l’enorme aumento dei redditi e della ricchezza dell’uno per cento più ricco della popolazion e. Occorre sottolineare che questa tendenza coinvolge soprattutto i paesi anglosassoni e solo in misura molto modesta i paesi europei, come la Francia, la Germania e l’Italia.

I super-ricchi sono in gran parte professionisti, imprenditori o gestori di fondi finanziari che, grazie alla globalizzazione e alle nuove tecnologie dell’informazione, riescono a vendere servizi e prodotti in un mercato molto più ampio del passato. Negli USA, la quota del reddito totale incassata da questa élite di circa 4 milioni di persone con redditi superiori ai 600.000 dollari annui, si è appropriata di circa la metà della crescita del PIL degli ultimi venti anni. Tra di loro esiste una classe ancora più ristretta di plutocrati con ricchezze superiori al miliardo di dollari, più del PIL di tanti paesi in via di sviluppo. I superricchi sono sempre esistiti, ma la tesi di Piketty è che il fenomeno della disuguaglianza al top della distribuzione del reddito stia riemergendo, a partire dagli anni 80, dopo essersi attenuata con la grande depressione del ’29. È colpa del liberismo e della globalizzazione? Il dibattito è in corso, non solo sui fatti, ma anche sui rimedi.

Piketty propone u n’imposta internazionale sulla ricchezza finanziaria uniforme in tutti i paesi del mondo, altri ritengono più utile rimuovere le barriere che creano posizioni di rendita e monopoli. Detto questo, è utile mettere in guardia contro un uso distorto dei dati raccolti da Piketty. Un errore che egli stesso alimenta cedendo alla tentazione di utilizzare la sua reputazione per lanciare messaggi politici sui temi più vari, dall’austerità alla moratoria sui debiti sovrani. Altri commentatori usano le sue analisi per condurre battaglie contro le banche, l’Euro o l’apertura agli scambi commerciali. Queste posizioni, per quanto degne di ogni considerazione, hanno poco a che fare con gli studi di Piketty.

Più in generale, il fenomeno della disuguaglianza è ampio e complesso, e non può essere ridotto alla questione dei privilegi dei super-ricchi. Se volete sapere qualcosa sulle tendenze della disuguaglianza, consiglio la lettura del bel libro di Branko Milanovic (Chi ha e chi non ha, il Mulino, 2014), uno sguardo d’insieme su tutta la distribuzione dei redditi, sia per la popolazione mondiale che all’interno dei singoli paesi. Il libro dimostra che, dalla fine degli anni 80 in poi, la distribuzione del reddito a livello globale è diventata più equa, perché, con poche eccezioni, i redditi dei più poveri sono cresciuti uniformemente di più dei redditi dei più ricchi.

Ma vi sono almeno 3 importanti caveat da considerare. Il primo è che i cittadini che hanno conseguito il maggiore aumento di reddito sono coloro che Milanovic chiama la «classe media del mondo», cioè un paio di miliardi di persone, per lo più asiatici, che si collocano al centro della distribuzione, il cui reddito è cresciuto di circa l’80%. Il secondo è che vi è una fascia di cittadini che hanno conseguito guadagni pressoché nulli negli ultimi trent’anni, cioè coloro che si trovano intorno all’ottantesimo percentile della distribuzione (cioè la soglia di reddito sotto la quale troviamo l’80% della popolazione mondiale). Si tratta di famiglie che appartengono alla classe media nei paesi sviluppati, ma che ha redditi ben superiori a quelli medi del mondo intero. Infine, abbiamo il fenomeno indicato da Piketty, cioè quel gruppo ristretto d’individui che appartiene all’uno per cento della popolazione più ricca e che ha conosciuto un aumento rilevante dei propri redditi.

Che fare di queste analisi? E perché esse devono essere seriamente tenute in conto dai governi? Non è facile rispondere, ma propongo le seguenti considerazioni preliminari. Per prima cosa, non è vero che la globalizzazione sia nemica dell’equità. Anzi, essa ha molto ridotto la povertà nel mondo e, come detto, consentito la crescita poderosa di una classe media, cioè, è bene ricordare, di una massa enorme di cittadini che consumano prodotti relativamente sofisticati (anche i nostri prodotti da esportazione), che vivono più a lungo, che formano un’opinione pubblica consapevole e ben disposta verso la democrazia e la tolleranza. La seconda considerazione è meno ottimista.

I paesi avanzati devono fare i conti con l’erosione dei redditi relativi di un’ampia schiera di lavoratori con qualifiche medio-basse, impiegati nei settori economici meno dinamici, e più esposti alla concorrenza internazionale. Questo è, credo, il vero problema che deve saper risolvere la Sinistra europea. Ma come? Con la chiusura delle frontiere allo scambio di merci e di lavoratori? Sarebbe un errore fatale, in contrasto con gli ideali di equità e giustizia spesso enunciati dai leader socialdemocratici. Lo scambio internazionale di merci è uno strumento utile a ridurre le disuguaglianze quanto lo è l’emigrazione. Il futuro della nostra economia è legato alla crescita degli scambi mondiali e all’importazione di capitale umano, e abbiamo capacità e risorse per approfittare di queste opportunità. Ma, affinché i benefici siano equamente distribuiti, dobbiamo puntare con più forza sull’istruzione, sulla riqualificazione dei lavoratori spiazzati dalle ristrutturazioni e dai cambiamenti tecnologici, e sugli ammortizzatori sociali. Queste politiche sono ben più efficaci e realistiche, anche se meno appariscenti, della tassazione internazionale dei super-ricchi proposta da Piketty

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