La sinistra e il rinnegato Tsipras

Grecia
Nichi Vendola (s), Pippo Civati, Stefano Fassina (in piedi) e Franco Giordano durante la conferenza stampa di presentazione della campagna di solidarietà con Syryza e per la libera scelta del popolo greco "Cambia la Grecia cambia l'Europa", Roma, 16 gennaio 2015. ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Colpisce il disorientamento della sinistra radicale italiana, che non ha saputo interpretare il premier greco

In poche altre occasioni Lenin fu così violento come nel libello “La democrazia borghese e il rinnegato Kautsky”. Già quell’aggettivo – “rinnegato” – ha una forza diffamante, allusiva di uno “scandalo” moralmente inaccettabile che fa capire come la polemica, pur dura, possa trascendere nell’odio puro, come solo quello religioso-ideologico sa spandere attorno.

Inutile indugiare qui sui motivi della violenza verbale di Lenin (se si rilegge l’opuscolo si trovano bizzeffe di epiteti e ingiurie) contro il leader morale e teorico della socialdemocrazia tedesca che ovviamente aveva dalla sua un milione di ragioni. Quello che vogliamo dire è che sempre, nella storia del movimento operaio e della sinistra, i “duri” si sono scagliati contro i socialdemocratici e i riformisti con una asprezza ben più velenosa di quella riservata alla destra.

Però per polemizzare, per scomunicare, bisogna avere, come Lenin dal suo punto di vista aveva, idee chiare.

Per venire a noi, invece, i “duri”, i sinistri-sinistri, la galassia estremista non ha ancora, ci sembra, bollato Alexis Tsipras con epiteto analogo a quello che Lenin riservò a Kautsky. Il fatto che il più malevolo sia stato finora Beppe Grillo, cioè uno che con la sinistra di ogni genere e grado non ha nulla a cui spartire, la dice lunga sullo spiazzamento nel quale si trovano i podemosisti nostrani, quelli della brigata Kalimera che nel cielo della afosa sera ateniese del 5 luglio intravedevano i segni di un nuovo avvenire.

Tsipras, ondivago e poco ferrato primo ministro, in tutta questa vicenda ha compito una serie di mosse strane, fino al paradosso di un accordo la cui sostanza di merito egli aveva combattuto nel referendum. Non aveva altra scelta, si è detto. Ma allora perché illudere il popolo? Anche Bruno Trentin non aveva altra scelta, quando firmò un certo accordo che non condivideva, ma subito dopo la firma si dimise. Per dire di quando un capo si assume le sue responsabilità con serietà e coerenza.

Vedremo nelle prossime ore se Tsipras si dimostrerà un vero leader si partito, convincendo i suoi. Però di certo oggi si capisce come Syriza sia stata edificata e irrobustita col cemento della demagogia, ma che alla prova delle grandi scelte politiche quel cemento fosse piuttosto argilla.

Come ha potuto la sinistra radicale italiana credere che leader improvvisati e furbetti, magari belli e dannati come i personaggi di Scott Fitzgerald, potessero davvero incarnare la resurrezione di spiriti anticapitalistici vagamente trotskisteggianti?

E non fa meraviglia dell’infatuazione un po’ da Rive gauche di pacifisti di professione e nipotini dei gruppettari di quarant’anni fa che sono corsi ad Atene come i nonni andavano a bivaccare alla Sorbona o a Berkeley: stupisce di più che un Fassina, un D’Attorre, un Civati, persino un Vendola (che però ha la giustificazione di essere maggiormente sensibile all’atto creativo) abbiano potuto pensare che la Grecia fosse diventata il baluardo inespugnato contro la dittatura dell’euro tecnocratico e odioso strumento di classe.

Lo spaesamento dei nostri varoufakisiani è evidente. Figlio di un’analisi errata: ad Atene non c’era nessuna “occasione” per ribaltare l’ordine delle cose, c’era solo – e non è poco – da salvare il salvabile. Non c’era una situazione rivoluzionaria, a stento c’era e c’è la necessità di riforme elementari.

Non c’è una guerra di movimento greca, semmai c’è una complessa guerra di posizione a livello mondiale e europeo. Per la quale Alexis Tsipras è, non diciamo inservibile, ma quanto meno marginale. Non serve nemmeno rinnegarlo, infatti.

 

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