La sinistra di oggi più figlia sua che di Berlinguer e Moro

Politica
Il leader radicale Marco Pannella durante un comizio a piazza Navona, a Roma, per il referendum sull'aborto del 17 maggio 1981. ANSA

La grande bellezza di Marco Pannella è il fuoco della libertà – la sua libertà, cioè la libertà di ciascuno di noi

Ognuno di noi ha un’immagine di Marco Pannella nella memoria –non soltanto delle sue grandi, impossibili, necessarie battaglie, ma anche del suo corpo ora rinsecchito dal digiuno e ora invece monumentale, del suo grande, enorme naso, della sua criniera di capelli argentati. Fra le tante cose che Pannella ci ha insegnato, c’è anche la fisicità della leadership, la centralità del corpo nella comunicazione politica moderna, l’esemplarità del gesto che s’invera nella carne di chi lo compie. E ora che il corpo di Pannella ci ha lasciati, l’irripetibilità della sua avventura umana e politica –verrebbe da dire: politica perché umana – ci lascia soli e sconsolati.

La centralità assoluta del corpo in Pannella non è stata però soltanto la prima manifestazione di quella personalizzazione della politica (e dei partiti) che ha progressivamente sostituito la struttura burocratica e impersonale degli apparati e dei gruppi dirigenti: il corpo, in Pannella, significa prima di tutto il corpo di Pannella: inconfondibile, e per questo libero. Perché la libertà –e questa è senz’altro la grande, fondamentale lezione che il leader radicale ha tentato non sempre con successo di impartire ad una sinistra profondamente, strutturalmente collettivista – è soltanto libertà dell’individuo, libertà di ogni soggetto irriducibile per legge naturale a qualunque schema, legge o imperativo che ne invada la sfera personale, libertà di ciascuno come condizione unica e irrinunciabile della libertà di tutti.

Pannella, da questo punto di vista, è l’erede e il frutto politico più autentico del Sessantotto, che ovunque tranne che in Italia e in Francia – dove prevalse invece un neomarxismo desolatamente provinciale – aveva un profondo segno libertario e individualista. La modernità “anglosassone” del leader radicale – tutti i liberali, del resto, sono culturalmente anglosassoni – è stata la prima vera grande sfida al Pci del compromesso storico e del centralismo democratico. Un giorno Pannella rivelò di aver ricevuto da Bettino Craxi, negli anni bui di Tangentopoli, una sorta di investitura ufficiale per raccoglierne lo scettro. Il leader radicale rifiutò, Craxi prese la strada di Hammamet e il Psi, dopo molti sussulti e tre segretari cambiati in pochi mesi, letteralmente si dissolse.

Ciò non significa, naturalmente, che Pannella avrebbe salvato il Psi, e che poi avrebbe conquistato la leadership della sinistra, e che infine avrebbe sconfitto Berlusconi nel ’94 – o magari avrebbe sconfitto Occhetto al posto di Berlusconi, rimasto felicemente ad Arcore, chissà. Quel che è certo è che la sinistra come la conosciamo oggi in Italia è figlia più di Pannella (e di Craxi) che di Berlinguer o di Moro, sebbene – e questo è uno dei tanti paradossi italiani – i radicali e i socialisti nel Pd siano pochissimi.

E’ nell’Ugi degli anni ’50, vera e propria scuola-quadri della classe dirigente laico-socialista, che si mescolano e s’intrecciano le componenti riformiste e laiche della giovane sinistra anticomunista che voleva l’alternativa alla Dc. Ad un Pci impegnato nel cambiare la società ma sostanzialmente sordo al destino degli individui, socialisti autonomisti, radicali e laici opponevano un’idea di sinistra liberale e “individualista” che diventerà poi il manifesto di Bill Clinton e di Tony Blair. Negli anni in cui Craxi conquista la segreteria del Psi e consolida il suo potere nel partito, il rapporto con Pannella si fa sempre più intenso, anche in virtù della comune, profonda avversione per il compromesso storico, che troverà poi espressione simbolica (e politica) nelle polemiche sulla “fermezza” seguite al rapimento Moro.

La modernizzazione della sinistra cui si dedicò con tenacia Craxi (dalla polemica ideologica su Lenin e Proudhon alla Conferenza programmatica di Rimini fino allo scontro sulla scala mobile) incontrava oggettivamente la cultura del Partito radicale, e ne celebrava le origini comuni nel nome di Ernesto Rossi, dei fratelli Rosselli, di Gaetano Salvemini.

Politicamente, Pannella esaurisce la sua funzione con il crollo della Prima repubblica: il bipolarismo – per quanto coatto e improbabile sia stato il nostro – non prevede la trasversalità, il nomadismo, l’impollinazione creativa ma, al contrario, impone un’alleanza che tuttavia, nel caso del Partito radicale, equivale alla rinuncia ad un modo di fare politica negli interstizi del sistema (oltreché nelle piazze e con i referendum) che funziona alla perfezione soltanto in un sistema consociativo e sostanzialmente bloccato.

Ciò nondimeno, il Pannella della Seconda repubblica non è stato meno iconico: semmai, è stato meno urticante. La sua progressiva ascesa nel pantheon della Nazione, sebbene non sia mai stata coronata dalla doverosa nomina a senatore a vita, ne ha fatto una figura amata e rispettata, paradossalmente al di sopra della mischia pur essendo, lui, incapace di non immischiarsi, impegnato nel dialogo con Papi e presidenti e, per dir così, istituzionalizzato persino nella protesta estrema dello sciopero della fame, che di tanto in tanto lo riproponeva nei telegiornali di prima serata. Ma questi sono dettagli, particolari secondari.

La grande bellezza di Marco Pannella è il fuoco della libertà – la sua libertà, cioè la libertà di ciascuno di noi.

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